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Un fantasma e un pretesto Stampa E-mail
Che fine ha fatto Osama Bin Laden? È un’amara satira della politica americana in Medio Oriente

Morgan Spurlock è un singolare quanto temerario documentarista pronto a mettere a repentaglio la vita pur di dare credibilità alle proprie tesi. Singolare, perché lo fa in tono scherzoso, come se il suo principale obiettivo fosse quello di divertire il pubblico. Nel suo precedente documentario, Super size me, per dimostrare la criminale irresponsabilità delle catene dei fast food e, dietro a loro, della industria agroalimentare americana, per un mese di seguito s’ingozzò tre volte al giorno nei ristoranti della McDonald’s, con effetti catastrofici sulla salute, che lo avrebbero rovinato per sempre se non fosse stato seguito da una squadra di gastroenterologi e cardiologi. In Che fine ha fatto Osama Bin Laden? l’obiettivo perseguito è sotto ogni aspetto molto rischioso. Si tratta nientemeno di scoprire per quale motivo gli Stati Uniti, con i mezzi militari ed economici a loro disposizione, non riescano ad acchiappare Osama Bin Laden, che da oltre un decennio gli sta inferendo danni gravissimi e perdite umane in una misura che non si ripeteva dai tempi della Seconda guerra mondiale. A meno di non dare retta a coloro che dicono che Osama è morto da tempo, ma è tenuto in vita fittiziamente dagli americani stessi, per giustificare le loro azioni belliche nel vicino e nel Medio Oriente.

Per spiegare questo mistero, l’autore decide di partire da solo per un viaggio nei Paesi dove lo “sceicco del terrore” potrebbe nascondersi. Oltretutto non sarebbe solo un motivo ideale a muoverlo: Spurlock sta per diventare padre e ha bisogno di migliorare le sue condizioni economiche, per garantire al nascituro una vita più tranquilla in questo mondo spregevole. Può darsi che questo sia semplicemente un pretesto; ma narrativamente funziona. Il viaggio di Spurlock diviene così non solo un documentario illuminante sulla paradossale situazione in cui si trovano i militari Usa di stanza da quelle parti ma anche qualcosa di simile a un appassionante film di finzione, capace di attirare nello spettatore quei processi psichici di “proiezione” e di “identificazione”, che accentuano l’analogia tra la propria situazione e quella vissuta dal personaggio filmico col quale s’identifica.

di Callisto Cosulich

16 luglio 2010

 
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