A Strasburgo la Grande Chambre ha discusso il ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che di fatto condanna l’Italia per l’obbligo di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche. E la polemica riesplode di Ilaria Bonaccorsi
In questi giorni a Strasburgo si è tenuta l’udienza di appello contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo del 3 novembre del 2009 nella quale si sancisce che «la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni» e di fatto si condanna l’Italia per l’obbligo di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche.
Promotori del ricorso contro questa sentenza, ovviamente, i nostri governanti, sostenitori zelanti della fazione pro crocifisso (chiamiamola impropriamente così). Al di là dell’esito, di cui si aspettano nuove solo fra qualche mese, la decisione della Corte ha scatenato una vera querelle pseudoculturale “trasversale” che ha visto protagonisti insospettabili a destra e a sinistra. Dai più scontati, come il ministro degli Esteri Frattini, che della vertenza di Strasburgo fa «una grande battaglia per l’identità e la libertà dei nostri valori cristiani», a Mariastella Gelmini, convinta sostenitrice del crocifisso «simbolo massimo della nostra tradizione e base della cultura occidentale». La questione ha preoccupato persino il presidente del Consiglio Berlusconi, che commentando la sentenza ha dichiarato: «Non è rispettosa della realtà: l’Europa tutta e in particolare l’Italia non può non dirsi cristiana. Quando sono stato presidente del Consiglio Europeo condussi una battaglia per introdurre nella Costituzione le radici giudaico-cristiane ma Paesi laici e laicisti come la Francia di Chirac si opposero». Per concludere: «Se c’è una cosa su cui anche un ateo può convenire è che questa è la nostra storia. Ci sono 8 Paesi d’Europa che hanno la croce nella loro bandiera... Cosa dovrebbero fare, cambiare la loro bandiera?».
Al buon Bersani, che si è limitato a ribadire “l’inoffensività” del simbolo cristiano, fino a Massimo Cacciari, filosofo caro alla sinistra e fervente sostenitore della fazione pro crocifisso che così argomentava: «è un simbolo laico, ovvero un simbolo che rende testimonianza del male del mondo, della sopportazione della sofferenza, e della possibilità di redimere le colpe dell’uomo… è il simbolo della libertà umana». Come anche l’insospettabile Marco Travaglio che di Gesù, e quindi del crocefisso, scrive: «è l’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)». Polemica alta, dunque, a cui proprio nessuno si è sottratto e a cui verrebbe da rispondere a tono. Per quale motivo, ad esempio, la libertà umana si configurerebbe come “possibilità di redimere le proprie colpe”?
Il significato indiretto, figurato, profondo del crocifisso è quello della redenzione degli uomini attraverso il sacrificio di Cristo. Il crocifisso è segno visibile della malvagità degli uomini. È lì a ricordarti che il peccato originale si è tramutato in una colpa ancora peggiore: l’aver crocifisso il figlio di Dio, e quindi Dio stesso. La morte in croce, è noto, era dolorosissima. Sopravveniva rapidamente per paralisi progressiva dei muscoli, in particolare dei pettorali, bloccati nella respirazione, giacché il corpo sostenuto soltanto dai polsi ricadeva tutto sul diaframma. I Romani, si sa, per rendere ancora più lungo il supplizio pensarono di mettere sotto i piedi del condannato un’assicella di legno (suppedaneum) in modo tale che quest’ultimo facendosi forza con i piedi, potesse sollevarsi un po’ per respirare. Così facendo, il condannato faceva ruotare i polsi attorno ai chiodi, provando, in cambio di un po’ d’ossigeno, un dolore atroce.
E allora perché mai avremmo bisogno oggi di un simbolo che ci ricordi la presenza di questo “male nel mondo”? E perché, infine, il crocefisso sarebbe “simbolo di laicità” dal momento che Gesù disse “date a Cesare quel che è di Cesare…” quando è arcinoto che con qualsiasi mezzo, falsi diplomatici, conflitti, tribunali, leggi speciali, si tentò di dimostrare che “quel che è di Cesare gliel’ha dato Dio”, in verità. Ma non è questo il caso. ed è bene come al solito, con certosina precisione, ribadire invece quale sia. I punti fondamentali in questa vicenda crocifisso sono almeno due: l’idea di “religione di Stato”, tanto vecchia quanto cara alla Chiesa di Roma che in nome di ciò sente, da sempre, l’esigenza di “marcare il territorio”. Secoli fa lo faceva inventandosi, per esempio, che il primo imperatore cristiano gli aveva donato nientedimeno che l’intero Occidente (nella Donazione di Costantino) e costruendo su questo falso il suo potere temporale. Oggi, più realisticamente, attaccando crocefissi in ogni aula pubblica. Marcare spazi per costruire potere, è una storia vecchissima e arcinota e a nulla serve ricordare, ancora oggi, alle gerarchie ecclesiastiche e ai nostri governanti quei due articoli, il 3 e il 19, della nostra Costituzione nei quali si garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e si tutela la libertà di religione (non solo positiva ma anche negativa, vale a dire anche la professione di ateismo o di agnosticismo), come anche che nel Concordato del 1984 è stato abrogato il principio della religione di Stato. Il secondo punto è forse il più semplice ma anche il più vero. Bisogna ripetere ai molti che fu solo il fascismo, prima del Concordato, a introdurre il crocifisso nelle aule scolastiche e che la pratica venne poi estesa agli uffici pubblici in genere. Queste normative sono contenute in due Regi decreti del 1924 e 1928, relativi rispettivamente alle scuole elementari e medie. Non ci sono chiare indicazioni normative per le scuole materne, superiori e università. Nel Regio decreto n. 965 del 1924, in particolare all’art. 118 si regola che: «Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re». Nel Regio decreto n. 1297 del 1928 relativo alla scuola elementare viene decretata la presenza del crocifisso per le cinque classi in questo modo: «Tabella degli arredi e del materiale occorrente nelle varie classi e dotazione della scuola: 1. Il crocifisso, 2. Il ritratto di Sua maestà il Re.
Dunque la legge che imporrebbe la presenza del crocefisso nelle scuole e in altri edifici pubblici non esiste. Il tanto invocato decreto regio, infatti, non è una legge ma un regolamento e come tale può essere disapplicato. Va ricordato però che nel 1967, nella legge 641 che regolava “l’arredamento” delle scuole elementari e medie, le indicazioni del Regio decreto del 1928 vengono confermate e dunque implicitamente viene ribadita la presenza del crocifisso. Curiosamente, tale normativa avrebbe imposto anche la presenza del ritratto del re (citato nel 1928 assieme al crocifisso) e forse per questo una circolare del ministero della Pubblica istruzione di pochi mesi dopo (ottobre 1967) specifica che nelle aule di elementari e medie devono essere presenti, tra le altre cose, il crocifisso e il ritratto del presidente della Repubblica. Dunque se di semplice “arredamento” si tratta, la polemica si sgonfia da sé. Non è né una battaglia di libertà né tanto meno di civiltà. È semplice uso e costume, non solo italiano ma dell’intero mondo, che porta a cambiare l’arredamento di luoghi pubblici e privati. Ma così non è, è ovvio. Dietro questa polemica si celano ben altri interessi. Come anche un profondo fallimento culturale. «In Italia ci sono due re: un re è Berlusconi, l’altro re è il papa. Berlusconi comanda l’Italia, il papa comanda gli italiani»! (Lili, 9 anni, cinese in Italia) 9 luglio 2010
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