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di Massimo Fagioli Ho guardato left della settimana scorsa e le parole, lette in silenzio, mi fanno vedere immagini vaghe che, ondeggiando come se camminassero un po’ stordite, ripetono sempre “...gli ultimi tre articoli...”. Avevo cercato di conservare una chiara visione delle cose ma non sono riuscito ad oppormi alla dolcezza del suono che era movimento del corpo e dell’«altro», che non era realtà biologica. Cercavo le parole che mi avvicinassero a quel termine messo tra le virgolette... che sembrano piccole parentesi senza linea curva. Forse parlano di “un’altra cosa” rispetto alla materia del corpo, forse perché scriverlo come sostantivo maschile lo rende misterioso... non familiare, strano, perturbante. Ricordai i pensieri e le parole di quando l’interesse per le immagini mi portò a frequentare un set cinematografico. Dissi subito “la corsa del cavallo non è la stessa della corsa dell’uomo”. Avevo visto, tante volte, un ragazzo indiano correre in fuga, perché un cow-boy a cavallo lo inseguiva. Poi, non so se dopo o prima, feci il pensiero verbale che diceva “la realtà umana sta nella corsa del ragazzo, nei piedi che poggiano sulla terra, e non nell’uomo immobile sul cavallo perché la corsa del cavallo prevale... annulla il movimento del corpo umano”. E, certamente, la parola «movimento», da tanto tempo, aveva fecondato una ricerca che, ho scoperto poi, non era stata mai fatta. Vedo un lungo ramo di fico che si piega verso il basso e si alza per tornare dritto, come prima del colpo di vento. E penso che è ovvio, naturale che, alla coscienza compaiano le parole “si muove per la forza del vento”. Poi le parole continuano a fluire e dicono “ma il cavallo non è mosso dalla forza del vento”; ha una forza propria neuromuscolare. Eppure sia il vegetale, sia l’animale hanno le stesse parole che indicano realtà fondamentali della loro esistenza. Nascita, sviluppo, procreazione, morte. Ma i termini scritti fanno nascere il pensiero che è, non soltanto osservazione e ricordo, ma anche “concetto”, ovvero creazione della scrittura e del pensiero verbale. Le piante sono talmente legate alla terra che non possono spostare il loro corpo nello spazio. L’animale, pur dipendendo la sua vita dalla terra, può staccarsi ed allontanarsi dal luogo dove è nato. Ma resta, impassibile, la domanda: qual è la differenza con l’essere umano? Perché l’osservazione del movimento dell’essere umano non fa, immediatamente, conoscenza e sapere? Queste parole chiedono di vedere un’altra cosa, o... «altro». E guardo, di nuovo, le piante immobili perché il vento si è addormentato e so che devo pensare, senza vedere, al movimento che ha portato allo sviluppo per cui la pianta non è la stessa dell’anno scorso quando, il ricordo non dice di più, è fiorita come un anno fa quando il sole, immobile, era andato nel cielo alto. Ma le otto piccole linee senza curve, che sembra diano un’identità misteriosa alla parola, è come se mi stringessero il torace. Vedo che chiudono la parola che indica… non si sa cosa perché inconoscibile.
Dissi del sole che sembra immobile; poi la ragione dice che è in movimento ma, pensando la realtà oltre la fredda logica, si raggiunge la verità non visibile, ovvero che è la terra che si muove intorno al sole. Ed è lo spostamento di un corpo nello spazio. E, pur sapendo che si muove da miliardi di anni, si sa che il giro della terra intorno al sole è sempre lo stesso. La linea immaginata dell’ellisse non ha movimento. E viene il pensiero che nel tempo non c’è movimento. Scrissi della piccola lancetta dell’orologio che sembra immobile ma nella realtà dello spazio si muove, ma... l’invisibile non è il movimento ignoto che lo spostamento del corpo umano nello spazio ci dice di cercare, conoscere, comprendere. L’invisibile è lo stesso dello sviluppo della pianta che è più grande e più fiorita dell’anno scorso. E la domanda torna come una voce lontana “e la crescita del corpo dell’essere umano è la stessa della pianta! Se è diversa, perché è diversa? E gli antichi inventarono la favola della Sfinge, l’animale dal volto umano, che poneva la domanda: “Qual è quell’animale che al mattino cammina a quattro zampe...”. Ed ora ricordo le parole antiche con calma ma la memoria canta un No, che fu rivolta a quel pensiero greco che diceva che l’identità umana era soltanto quella del maschio adulto, perché l’essere umano nasce animale (a quattro zampe) e diventa uomo a... mezzogiorno... la donna non ci diventa mai. Una rivolta senza rendersi conto perché avevo “letto” nelle parole un senso che, forse non c’era. Ma poi, quando Montale scrisse “Un mattino andando in un’aria di vetro...”, la parola mattino si trasformò e, restando alla vista degli occhi la stessa, disse: risveglio. E tornano Kafka e Schreber che scrissero: svegliandosi e la parola mattino; angosciante perché si trovarono “trasformati”. Così i termini: mattino e risveglio si fondono insieme, unendo il moto della terra su se stessa con l’essere umano che si sveglia.
Come se avessi sentito il lieve rumore, alzo gli occhi e vedo il silenzio del movimento dell’acero giapponese dalle foglie rossicce come il colore del Chianti Brolio. Si è un po’ piegato, forse per un lieve colpo di vento, ed è tornato ad essere come prima, dritto verso l’alto. La parola movimento, nel silenzio del pensiero verbale non pronunciato, cerca di entrare nello studio, ma i vetri sono chiusi perché, ieri sera, c’era un venticello freddino. Rimango a guardare, senza leggere, le parole “è tornato ad essere come prima”. E penso che: si è mosso, ma non è cambiato: è quello di prima. E due parole vengono e dicono: crescita non è movimento. L’albero non ha la forza interna per muoversi. E poi con calma il tempo degli anni, passando lento e veloce, illuminò le parole che raccontano come, perdendo gli occhi la luce del giorno, la mente vedeva immagini in movimento che, senza voce, dicevano qualcosa. Ed io, guardando il movimento delle labbra che sapevo essere il movimento umano, compresi che dicevano “noi nasciamo quando tu diventi indifferente alle cose del mondo, quando non senti e non guardi gli oggetti che gli occhi svegli fanno vedere. Nostra madre è la tua separazione dal mondo”. E la parola separazione ebbe un aspetto multiforme come Proteo e non so quando le parole distanza, rifiuto, allontanamento, divennero “separazione è diventare diversi”. E ancora non so se lasciare il pensiero del sonno è diventare diversi. Forse no; perché la coscienza talora emerge, violenta, nella mente: luce che acceca gli occhi senza rètina della notte, come i raggi del sole a luglio.
E misi gli occhiali scuri, di fronte alla miriade d’immagini che mi vennero incontro, come fosse… una rêverie. Dopo decenni… “gli ultimi tre articoli...”; ed il suono delle parole giunge distinto anche se nessuno le ha pronunciate. è una domenica d’estate e nel quadrato di largo Argentina non passa nessuno. Non vado, non sono mai andato a leggere le righe scritte perché ho avuto sempre paura che lo stupido ricordo cosciente potesse eliminare l’altra memoria che crea piccoli segni neri sulla carta bianca da cui escono i suoni che non vanno alle orecchie. Ed i segni mi sembrano immobili e silenziosi. Soltanto se, da essi, escono radiazioni che fanno il senso della scrittura, parlano e dicono l’esistenza di quelle cose invisibili che rètina e timpano non percepiscono. Ed ho compreso che è l’unione, che sta insieme alla separazione, con le altre parole che fa il suono non udibile che è il senso del linguaggio umano. Le onde sonore toccano il corpo che comprende l’armonia del canto; le lettere scritte, immobili, chiedono di essere “sentite” perché le une, cattive, siano eliminate perché coscienza: le altre, buone, rimangono nel tempo quando, senza coscienza, l’organismo le ricrea.
È la memoria senza ricordo che porta il suono delle parole “...gli ultimi tre articoli...”. Non c’è immagine, non è la voce udita. è come se il pensiero verbale avesse creato un linguaggio nuovo che non fa riconoscere lo stimolo fisico che giunge all’orecchio. Allora, penso, è trasformazione che modifica totalmente la percezione. Se dico “amore” è certo il ricordo dimenticato della voce di mia madre. Ma se lo dico alle piccole nipotine che poi si avvicinano con gli occhi brillanti, non c’è traccia del ricordo. è una creazione nuova anche se le vocali e le consonanti della parola rivendicano la loro origine dall’ascolto perché, altrimenti, perderebbero la loro esistenza. Ma la parola percezione svanisce perché è comparsa la parola separazione. Affascinante e terribile tiene in mano, come Giove, la saetta che fa il fuoco che elimina ogni cosa, ed il ramo di pesco che fiorisce ogni volta che si dimentica la persona amata per andare lontano, in altri luoghi, con le immagini che sorgono nella mente ed il pensiero. E li rivedo, ma non sono gli stessi percepiti, i cento volti che, quando il movimento della lancetta dell’orologio non c’è, diventano mille perché l’uno, i due, i cento che scompaiono, diventano un altro uno, due, cento, ed io sono travolto da Cariddi, il vortice del mare che fece sparire, nell’abisso, i compagni di Ulisse.
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