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Marco Barbiani propone un’agile e interessante introduzione al pensiero buddista. Che è mai distaccato dalla vita quotidiana
Distogliere lo sguardo per poter vedere, cedere per ottenere, non cercare per trovare, restare in attesa… Una sapienza antica e non sempre di facile decifrazione, risuona oggi in modo sobrio nelle pagine di un libretto pubblicato da Lepre, Larlun, tracce di una via filosofica tra Oriente e Occidente, di Marco Barbiani, matematico e manager. è quasi la realizzazione del sogno di Walter Benjamin, e cioè comporre un libro fatto di sole citazioni. Dunque, mettersi da parte, fare un passo indietro. Il timbro ”personale” verrà fuori semplicemente dalla scelta e dal montaggio delle citazioni stesse, oltre che da brevi raccordi tra di loro. Barbiani ha raccolto frasi e interi brani da alcuni classici della tradizione filosofica e sapienziale, configurando un’arte del vivere (una diversa attenzione alle cose, una disciplina dello sguardo) lontana da ogni verbosa New age e, per così dire, di pronto uso. Larlun può diventare così un maneggevole viatico (solo cinquanta paginette) per le vacanze, si svolgano esse nella rarefatta Alta Engadina o in una chiassosa spiaggia di Rimini.
Ma torniamo alle formule iniziali, in cui si rapprende una tradizione sapienziale fra Oriente e Occidente: Eraclito, buddismo, taoismo e poi Heisenberg e Bateson, passando per Dante (ho un’unica obiezione: l’inclusione un po’ conformista di Heidegger, che ha formulato in modo inutilmente oscuro cose dette meglio da molti altri). Ora, quel tipo di tradizione sembra fatta apposta per essere travisata. L’elogio della distrazione può cioè diventare disimpegno affettivo, anestesia delle emozioni, santificazione dell’egoismo. Pensiamo a tanti spregiudicati uomini d’affari convertiti magari a un buddismo zen che in fondo non gli chiede nulla e che anzi ai conflitti morali antepone comunque considerazioni di benessere individuale.
Il punto è che la filosofia orientale non si può separare da un modo di vivere. Non si tratta di una dottrina astratta, di una speculazione libresca ma di una sapere che ci obbliga a modificarci, anche rischiosamente. Quel “distogliere lo sguardo”, quella rinuncia a cercare sono una conquista. Distolgo lo sguardo perché il peso non deve mai gravare troppo sull’obiettivo, perché non conta il risultato dell’azione ma la nostra capacità di aderire al nostro io più profondo (“cosmico”), e dunque di assecondare l’inclinazione delle cose. Sfioriamo qui pratiche di tip mistico ed esperienze ineffabili. Ma, più laicamente, potremmo dire che è fondamentale afferrare una verità non effimera su di noi e sul mondo. Più ancora delle cose che si fanno, conta il “come” si fanno. Perciò poteva essere interessante che Barbiani, oltre ai sobri collegamenti fra le citazioni, provasse ogni tanto a farci qualche esempio di come la sua vita ne sia stata trasformata. Ad esempio, nell’attività di manager si è mai trovato in difficoltà? è mai caduto in disgrazia? E in quel caso ha conservato la sua “fede filosofica” del restare in attesa e dell’abbandonarsi, ha continuato a vedere tutte le cose nella prospettiva della totalità? di Filippo La Porta 9 luglio 2010
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