Nella complessa e vitale koinè degli inizi del XV secolo. Fra lasciti del Gotico e nuovo umanesimo
di Simona Maggiorelli Fu una koinè culturale originalissima quella che si formò a Siena fra Trecento e Quattrocento. Percorsa com’era dalle tensioni e inquietudini del Gotico internazionale, mentre era ancora vivo il ricordo di due protagonisti dei secoli precedenti come Nicola e Giovanni Pisano. E soprattutto mentre continuava a fare scuola il modo icastico e umanissimo di rappresentare di un maestro come Simone Martini, accolto e celebrato dal papato ad Avignone, insieme con Petrarca. Fucina delle arti quanto mai affascinante e complessa, Siena nella prima metà del XV apriva le mura medievali a un nuovo cosmopolitismo, invitando in città Gentile da Fabriano, il pittore più acclamato delle corti europee e che nel 1425, proprio qui, dipinse la sua “leggendaria” Madonna dei notai, poi andata perduta. Intanto, come spinta opposta e pervicace, continuava a sopravvivere il tradizionalismo di Andrea e Taddeo Di Bartolo in macchinose composizioni pittoriche. E sulle tele era tutta una profusione di ori e di decorazioni. Come se, diversamente da quanto stava prendendo avvio a Firenze, la separazione fra artigianato e nuovo statuto “liberale” dell’arte, nel primo Rinascimento senese, non fosse ancora nemmeno accennata. Di questa articolata realtà rende conto un’importante mostra ideata e costruita meticolosamente, in sei anni, da Max Seidel e aperta fino all’11 luglio negli splendidi spazi di Santa Maria della Scala e poi nella Pinacoteca e nell’Opera metropolitana. Con il titolo Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento (catalogo Federico Motta editore), una rassegna ad alto contenuto scientifico e che rappresenta una decisa eccezione ai tanti eventi che i Comuni allestiscono frettolosamente pur di avere un qualche ritorno d’immagine sui giornali. Anche per questo, a chi non l’avesse fatto ancora, consigliamo vivamente di non perdere l’occasione di questo ultimo fine settimana per andare a vederla. Fuori dalle capziose messe in discussione del termine Rinascimento (nate sulla scia di Wölfflin) questa amplissima rassegna - in cui figurano opere come l’elegante Madonna annunciata in legno policromo di Jacopo della Quercia e come la “moderna” Madonna della mela di Donatello ma anche narrazioni ancora medievali di Benedetto di Bindo e di Gregorio di Cecco - bene racconta il filo rosso di quel nuovo antropocentrismo che faceva da collante a una scena artistica mobile e stratificata come quella della prima metà del XV secolo. Una umanizzazione delle linee rigide e della fissità delle figure gotiche che a Siena aveva preso corpo, per esempio, nelle Madonne con bambino di Ambrogio Lorenzetti che risentivano della più sciolta rappresentazione degli affetti fra madre e figlio arrivata dall’Oriente bizantino (come ricostruisce Chiara Frugoni nel bellissimo La voce delle immagini da poco uscito per Einaudi). Ma la mostra di Siedel non trascura di ricostruire anche l’eredità trecentesca che transitava attraverso la pittura di Pietro Lorenzetti e la sua idea di civitas, oltreché il rinnovamento rappresentato dal Sassetta e ancor più da Donatello. 9 luglio 2010
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