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Panico al villaggio è diverso da tutti i lungometraggi che ci provengono dagli States
Un cavallo, un indiano e un cowboy sono i protagonisti di Panico al villaggio, il film in stop motion franco-belga-lussemburghese della coppia Stéphane Aubier e Vincent Patar, visto nella “selezione ufficiale” di Cannes 2009, successivamente in concorso al Future film festival di Bologna, dove ha vinto il Platinum grand prize. L’indiano e il cowboy, al compleanno del cavallo, vogliono fare una sorpresa, regalandogli un barbecue. Sennonché s’intendono male col venditore che porta loro un migliaio di mattoni sui quali cucinare carne e pesce. è lo spunto di una vicenda, che da questo momento parte consapevolmente per la tangente, rinnega l’inizio edificante, che persino il Walt Disney della prima maniera avrebbe evitato, per infilare una serie di scenette strampalate, al limite del surreale, che finiscono per portare i tre compari addirittura verso il centro della Terra. Panico al villaggio si presenta in controtendenza, sia con la vecchia tradizione disneyana che col nuovo cinema d’animazione statunitense, che cerca di essere, e spesso ci riesce, più vero, più umano, in definitiva più “adulto”, del cinema realizzato dalla normale macchina da presa. Questo film usa giocattoli simili ai soldatini di piombo e li muove con un ritmo frenetico, insolito nell’animazione, in spazi inizialmente ispirati agli esterni rurali percorsi dal postino di Jacques Tati, che via via divengono quelli dei film di fantascienza, dove si parla di esplorazioni nelle viscere del nostro pianeta. In definitiva sembra un film sperimentale e ciò spiega il premio ottenuto al Future film festival. Il suo limite? A nostro avviso consiste nella stessa nascita, poiché Panico al villaggio non ha precedenti altrove nel cinema animato, li ha invece nella serie animata, realizzata dalla stessa coppia: venti episodi di circa cinque minuti ciascuno. Gli stessi criteri, che immaginiamo si attagliano a pennello in sketch così brevi, applicati a un lungometraggio penalizzano lo sviluppo della vicenda rischiando di renderla piatta, sì che alla fine si resta estranei alla narrazione. Oltretutto, nonostante le premesse, non si tratta di un film riservato al pubblico infantile, semmai agli appassionati di cinema d’animazione. di Callisto Cosulich 2 luglio 2010
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