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La Sicilia riscopre le sue radici greche e arabe. Facendosi crocevia delle Biennali del Mediterraneo

di Simona Maggiorelli

Come un moderno don Chisciotte a dorso di un mulo, il protagonista di una delle opere giovani proposte dall’ultima Biennale di Istanbul percorre strade polverose e deserti inseguendo il miraggio della Tate gallery di Londra. Imperterrito anche se nessuno gli indica la via. Incurante degli inciampi e dei consigli del fedele scudiero Sancho Panza, questo artista-don Chisciotte degli anni Duemila sembrerebbe non vedere l’ora di entrare nel circuito internazionale dell’arte, quello deciso dalle Sette sorelle (MoMa, Centre Pompidou, Tate gallery etc). Per sottomersi ai linguaggi di un Occidente iper razionale, caratterizzato da un’estetica fredda che sembra aver perso il senso più profondo delle immagini. Con amara autoironia questo video ci racconta quali e quante difficoltà incontri oggi un giovane artista turco, algerino o marocchino nel trovare un proprio spazio nel mercato dell’arte globalizzato, se non accetta di uniformarsi alla “poetica” dominante. Anche per questo le Biennali di Istanbul, di Marrakech e di Atene hanno unito le forze nell’intento di sostenere quei talenti che dalle sponde meridionali del Mediterraneo tentano di parlare a un pubblico anche europeo, mantenendo l’originalità della propria “voce”. Così, dall’8 e dal 9 luglio, la Galleria di arte moderna di Palermo in Palazzo Riso e la Fondazione Puglisi Cosentino di Catania apriranno le porte a 26 artisti selezionati da Abdellah Karroum, curatore della terza Biennale di Marrakech mentre altrettanti artisti segnalati dallo staff della XI Biennale di Istanbul esporranno negli spazi della Fondazione catanese assieme a 18 artisti greci presentati dalla prima e dalla seconda edizione della Biennale di Atene.

Riscoprendo i sostrati greci e arabi che nei secoli hanno alimentato la cultura siciliana, l’isola vuole proporsi ora come nuovo crocevia delle culture mediterranee. Con questa articolata mostra dal titolo Others e con una serie di residenze di personalità emergenti o già famose. Immaginando nuove e prolifiche migrazioni di arte attraverso il Mare Nostrum. E con l’idea di creare rapporti più approfonditi di quelli che durano il tempo di una mostra. Sono nati così i progetti di residenza affidati, per questa stagione, ad artisti come il marocchino Mohamed El Baz (nato a Casablanca nel 1967), autore di sculture di fuoco e opere che uniscono vari linguaggi (disegno, scultura, pittura, installazioni) per interrogare le tensioni politiche e sociali che attraversano oggi l’Occidente e l’Oriente. Insieme con El Baz lavoreranno nella fondazione Brodbeck di Catania anche il turco Nazım Hikmet Richard Dikba (classe 1973), disegnatore-illustratore di spicco sulla scena di Istanbul, e il greco Vassilis Patmios Karouk (1977), pittore e videomaker formatosi tra Atene e Amsterdam. Dal 24 luglio, poi, sarà un maestro dell’arte come Michelangelo Pistoletto a riprendere il filo del discorso sulle culture del Mediterraneo (a cui ha dedicato il progetto Love differences) con un suo nuovo progetto nel Parco archeologico di Scolacium e al museo Marca di Catanzaro.

Per questa occasione calabrese Pistoletto ha realizzato tre nuove installazioni: I temp(l)i cambiano, Love difference - Le sponde del Mediterraneo e Il Dna del perzo paradiso che dà il titolo all’intero progetto che poi sarà raccontato in una monografia Electa. «Il progetto di Pistoletto s’impone come riflessione che investe direttamente il destino dell’uomo e l’urgente necessità di un cambiamento radicale», sottolinea il direttore del Marca Alberto Fiz. «Da sempre considera l’arte non come estetica fine a se stessa ma come occasione per una trasformazione sociale responsabile. E questo - dice Fiz - appare evidente sia nelle opere storiche dell’Arte povera, sia negli interventi realizzati per Scolacium. Non si tratta più di segni demiurgici proposti dall’“artista vate” ma di creazioni che si pongono in stretta relazione con la collettività». Cercando al contempo un dialogo con lo splendido scenario naturale del parco. «Ciascuna opera contiene in sé la propria storia, in un continuum spazio-temporale che non consente scissioni o fratture improvvise. è questo - conclude Fiz - il senso più profondo de Il Dna del terzo paradiso».

2 luglio 2010

 
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