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di Massimo Fagioli

Forse sono gli alberi alti di piazza S. Cosimato, forse sono gli alberelli che stanno crescendo ai lati del minuscolo vialetto che, insieme a bassi cespugli, coprono d’ombra l’ingresso del palazzo dove, a piano terra, c’è lo studio dalle grandi porte che invitano ad entrare. Sono tre come se il luogo volesse proporre ad ognuno una scelta libera. Forse l’immagine invisibile chiama le parole “crocicchio di tre strade” cui si trovò Edipo che andava a cercare la paternità che gli avrebbe dato l’identità. Ma uccise il vecchio sconosciuto e, dopo il terribile incesto, morì accecato da se stesso, nel bosco sacro alle Eumenidi. Ed il figlio, con la madre, aveva fatto nascere quattro figli: Antigone ed Ismene, Eteocle e Polinice. Ma il pensiero irrazionale, che sembra quello “tra sonno e veglia”, rifiuta il volto dai lineamenti immobili della tragedia antica perché sa che l’arte di Sofocle è schiava dei filosofi che stabilirono che l’identità umana è soltanto quella della ragione, ovvero della coscienza. Ma non di un irrazionale che ha raggiunto la capacità di fare quei segni neri sul bianco che rende visibile, senza tempo perché senza morte o sparizione, il pensiero verbale. Ed il rifiuto, dall’opposizione senza coscienza al non essere dell’uomo, trovò la sua sapienza nelle due lettere che furono create dal movimento del corpo del bambino che, dopo essere sopravvissuto alle intemperie del mondo non umano, vuole parlare e camminare. Ed il suono della voce fu: No. Ma soltanto quando la mano lo scrisse divenne universale, anche se il segno era diverso da un’area all’altra del mondo.
Non so se, alcuni o molti, vennero per uccidere il padre. Forse alcuni o molti, non avevano compreso che colui che passeggiava nel cortile, non era il padre. Aveva scritto No all’essere umano per identificazione perché aveva pensato No all’essere come un altro. Aveva trasformato il linguaggio verbale perché aveva visto che la parola identificazione era stata svuotata nel suo significato perché tre lettere diventate velenose “con”, avevano ucciso “da”. Identificarsi, ovvero trovare la propria identità, era stato reso stupido dal pensiero che l’uomo non poteva trovare mai la propria identità vera. Era la Sfinge sempre presente che diceva “chi è quell’animale che al mattino…”. E Sofocle disse che Edipo, ovvero la ricerca della propria identità come quella del padre, era stata fatta. Non era vero, aveva raccontato, con la bellezza dell’arte, che al di fuori dell’identificazione con il padre c’è l’assassino. Ed è stato il rifiuto irrazionale che generò poi il No, a partorire “un non è vero” che fu rivolta ai lineamenti immobili del volto della “sfinge” che ripeteva sempre ciò che aveva imposto il padre. Forse, anche quando studiavo la filosofia degli antichi, non credetti che il sole girava intorno alla terra. Ma poi fu come se il “non è” non fosse più figlio del No, perché quella terza lettera n non diceva la verità. Si rovesciò nel contrario ed io, dal suono delle parole altrui, vedevo che il pensiero era “non è un gruppo nuovo, non c’è pensiero nuovo”.

Ed io, con la mano che scriveva, sollevavo le piante alte e snelle cadute che nel cortile portavano il bosco della piazza e dell’ingresso all’interno del palazzo. E, di fronte alle voci che dicevano “non è” io scrivevo “non è”. Ma i segni uguali, in verità, erano diversi come, così dicevo, il bosco di Macbeth era diverso dal bosco in cui il boscaiolo lasciò libera Biancaneve, perché disse No all’ordine della matrigna invidiosa. Sapevo che erano diversi perché avevo visto, oltre le parole, la spina dorsale del No del rifiuto, che non c’era in quel “non è” che non diceva la verità.
Io guardavo le persone che entravano e vedevo uno spostamento dei corpi nello spazio che, dirigendosi ora alla porta sinistra, ora alle due porte di fronte all’ingresso, scrivevano in bianco nel pavimento di sampietrini tre linee, e la sinistra era una curva forte, le altre due erano una linea retta al centro e una lievemente curvata a destra. E dissi in silenzio: non è il crocicchio delle tre strade in cui Edipo uccise il padre ed impazzì. E ripenso al quadro di Caravaggio in cui ho visto la bella Fillide che taglia la testa al… padre. In verità fu Beatrice Cenci ad essere decapitata perché nobile ma essere complice dell’uccisione del padre era il massimo delitto. Giordano Bruno era in carcere condannato al rogo. Le tre linee non sono un cammino opposto all’altro cammino come nel crocicchio di Edipo ma, partendo da un punto unico, divergono un po’ l’una dall’altra perché portano gli individui, uguali nell’identità sociale, ad identificare se stessi. E questo accade quando ciascuno dimentica, si rende indifferente all’identità sociale, per cercare il punto dell’inizio della vita, quando siamo tutti uguali. Poi, la realtà fisica del corpo trova la sua identità perché è fusa all’uguaglianza del pensiero della nascita. E gli esseri umani si cercano l’uno dall’altro, perché il diverso ha l’immagine del pensiero senza parola.   

E così la coscienza diventa incerta, quasi confusa, e le voci dei corpi immobili fanno parole che esprimono pensieri che sono immagini...senza parola. E la coscienza, tornata dopo il sonno, cerca di dare un nome alle forme rimaste nella mente sveglia ma non è quello il nome perché è il nome delle cose percepite nella veglia. Ma non c’è più lo spostamento dei corpi nello spazio, c’è il movimento invisibile del pensiero che porta il suono udito alle immagini che non sono più unite perché hanno in loro la parola che dice la “cosa” invisibile “il cane nel prato ha l’immagine della parola distanza da... e corre libero”. Oltre quel “da” ci sono cento ricordi di spostamento dei corpi che si allontanano, ma è il movimento della mente che riempie di senso la parola separazione perché, invisibile e non detto, ha il pensiero di una indifferenza senza annullamento del tempo della vita passata. E non c’è anaffettività nelle tre linee perché, anche se sembrano anonime senza fisionomia, le leggere o forti curve parlano di movimento della mente che si è separata dal pensiero per immagini per ricreare il senso della vita del silenzio dei primi secondi di vita, quando il corpo crea quella capacità di immaginare che non è attività neurologica della sostanza cerebrale che muove i muscoli e le ossa. E ripenso che la vita umana inizia con la fantasia di sparizione e non con l’istinto di morte come pulsione di annullamento. E la parola pulsione, che vagava nel nulla perché l’avevano chiamata anima, ritrovò se stessa quando si pensò unita alla madre vitalità della realtà biologica.

Un giorno, forse perché mi ero separato bene dalla solitudine dello scrittore che guarda in basso, nel foglio, mentre passeggiavo nel cortile, alzai gli occhi. Ed il guardare non mi diede la percezione delle cose e dei corpi, ma vidi immagini quasi evanescenti che, legate da una sostanza giallastra che somigliava al miele, facevano tre nastri che, divergendo, andavano verso le porte aperte. Le immagini sono indistinte l’una dall’altra come fossero tante linee continue senza interruzione ma poi, improvvisamente, vennero le parole del pensiero verbale che dicevano: uguaglianza, diversità. Come se mi fossi svegliato vidi le linee che disegnavano le forme dei corpi distinguendoli l’uno dall’altro ed un pensiero, come fosse una scoperta, disse: ognuno è diverso dall’altro. E comparve la memoria della creatività di nessuno e tutti quando, senza nessuna intenzione cosciente, ognuno venne senza nome e cognome. Ognuno aveva lasciato l’identità anagrafica, sociale e professionale fuori da quello che, un tempo, era un corridoio ed una piccola stanza. Il confronto era ed è tra esseri che hanno come nome e cognome: realtà umana senza coscienza e percezione delle cose.

Così sono trascorsi trentacinque anni, ed io non riesco a scrivere il numero corrispondente. Portare il tempo a due segni è perdere il senso di una vita. Sarebbe una sintesi che farebbe perdere il movimento delle due parole in cui ogni lettera ha cento e cento curve, rette, cerchi ellissi e rettangoli fatti da una linea che lascia limitare la sua variabilità infinita dal rapporto con le altre lettere. Il tempo diventerebbe anonimo, togliendo ad esso l’immagine e l’identità di ciascuno. Un segno che porterebbe alla semplicità di indicare le cose che possono essere le più varie: mele, pere, ciliege. Forse il numero che non mette, accanto a sé, la parola anni, è come una lettera d’amore scritta al computer. Senza firma, che è calligrafia, non è più una lettera d’amore perché ogni lettera non ha identità. E noto che, stranamente, la parola che indica cose diverse, l’una un foglio, scritto, l’altra un segno dell’alfabeto è la stessa. Se non è accompagnata da altre parole perde ogni significato. Forse sto cercando ancora di comprendere cosa accadde a sei, sette, anni di età quando imparai a scrivere. Facevo con la mano quanto mi dicevano di fare. Ora, nella solitudine, con le stesse lettere e parole scrivo in maniera diversa perché qualcosa nasce nella mente, da sola, e la mano umana è guidata da... qualcosa che non è coscienza.

 
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