Una Lettera firmata da un centinaio di economisti lancia delle proposte. Cosa sostengono? No alla politica restrittiva dei tagli, sì ai piani di sviluppo. Per fermare la speculazione di Michele Rosco (economista, uno dei firmatari della Lettera)
Sul Sole24Ore, sulla Rete e nei blog, nelle mail private di economisti di tutte le scuole, si è accesa una disputa appassionata sulle decisioni da prendere in relazione a questa fase della crisi. Tagliare la spesa pubblica o rilanciare redditi e consumi? Questi, in estrema sintesi, i corni del dilemma. Il fuoco l’ha acceso una Lettera degli economisti (www.letteradeglieconomisti.it), firmata da cento docenti universitari, in cui si paventa il pericolo che la politica restrittiva porti a una ricaduta nella crisi. La Lettera inizia con grande forza comunicativa «La politica restrittiva aggrava la crisi, alimenta la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro. Serve una svolta di politica economica per scongiurare una caduta ulteriore dei redditi e dell’occupazione». L’impianto è chiaro: contrastare, alla vigilia del G20, le politiche restrittive e rilanciare un programma di sviluppo che punti alla valorizzazione dei redditi da lavoro e alla realizzazione di nuovi investimenti Si tratta, dunque, di un documento fortemente politico, in cui si difende un’idea di Europa legata al suo modello di welfare sociale, un’Europa che rischia nuovamente di cedere a ricette liberiste, quelle stesse che, a detta dei firmatari, hanno portato alla crisi. La Lettera ha fatto rumore, sia tra gli aderenti, che sono cresciuti fino a raddoppiare, sia tra gli oppositori che si sono scatenati nel criticare Lettera e firmatari. Il tema è evidentemente di grande importanza e capace di accendere gli animi: l’economia non è disciplina da dibattiti chiusi ma vita quotidiana e una scelta in questo campo ha un’evidente ricaduta sulla vita reale. Il merito fondamentale della Lettera è questo: aver ridato alla dottrina il suo peso sulla vita delle persone, averla fatta uscire dalla logica autoreferenziale nella quale troppo spesso si è chiusa.
La Lettera è chiara e brutale nelle sue indicazioni. Non è attraverso i tagli ai salari e alla spesa sociale che si risolveranno i problemi della crisi economica globale: «Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea». è chiaro che la Lettera ha un destinatario preciso, Angela Merkel, che ha portato con forza alla recente riunione del G20 l’idea che solo attraverso una riduzione dei debiti degli Stati si può uscire definitivamente dalla crisi. La ricetta degli economisti invece è un’altra: per prima cosa «proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. (…) Fermare la speculazione è senz’altro possibile ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche». Poi si deve imporre un pavimento al tracollo del monte salari e infine si deve operare «al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa ma anche delle capacità produttive (...). Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone». Quello che cogliamo è un tono fondamentalmente diverso dall’opinione corrente liberista, che oggi imperversa a destra e a sinistra, dove i vincoli di bilancio, la centralità del mercato, la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni sono dogmi incontestati. E infatti sulla Lettera sono piovute le critiche. Sul Sole24Ore, Alesina e Perotti (collaboratori di la voce.info, la più importante rivista online di economia) partono dal presupposto che siamo in una fase espansiva: «Se si taglia la spesa, quando l’economia cresce (come sta crescendo oggi) l’effetto recessivo è basso o inesistente», quindi la preoccupazione espressa dalla Lettera è infondata e invece «oggi il rischio pende molto più dal lato di recessione da crisi da debito che di recessione da riduzione di spesa pubblica». Quindi i mercati vanno rassicurati e i tagli sono più che necessari, indispensabili.
Con altro piglio, molto più polemico e brutale, sono intervenuti, sempre sullo stesso giornale, anche Alberto Bisin e Michele Boldrin, che affermano: «Le recessioni sono dovute soprattutto a un’allocazione erronea degli investimenti. Nel caso 2007-? c’è stato troppo investimento nel settore immobiliare e in settori che producevano certi beni di consumo durevole; troppo poco in beni capitali e servizi avanzati (…). La “crisi” consiste nel doloroso processo di riallocazione delle risorse da investimenti che si sono rivelati erronei a investimenti che ci auguriamo corretti. Poiché nessuno possiede la sfera di cristallo, nessuno sa oggi dire quali investimenti saranno un successo. Meno di tutti i funzionari ministeriali che, negli auspici dei 100, dovrebbero dirci cosa produrre e come». Lasciate fare al mercato, dunque, che, pur dolorosamente, rimetterà le cose a posto. Non mettete mano alla spesa pubblica, specialmente perché «la decisione tedesca di contenere la spesa pubblica è saggia: è precondizione a una riduzione graduale della pressione tributaria, necessaria per una ripresa della domanda privata interna di consumi e investimenti». Più mercato, meno spesa, meno tasse, ecco l’idea del duo Bisin-Boldrin, che rispolverano la ricetta, applicata in tutti questi anni, dovunque, in ogni situazione e che solo quel matto di Obama, nel pieno della crisi, ha osato contraddire. E che, da matto di sinistra, vorrebbe far sposare agli inflessibili tedeschi: sostegno all’economia, stimoli, e cioè spesa, orribile termine per tutti i liberisti del mondo. La Lettera invece continua a raccogliere adesioni, cosa difficile nel mondo dell’accademia, basato su rivalità personali e di studio, gelosie e permalosità: studiosi anche di alto livello continuano a mandare la loro adesione. Antonella Stirati (tra i promotori della Lettera) ci dice che «il successo dell’iniziativa dipende dal fatto che moltissimi esponenti della comunità accademica hanno avvertito l’esigenza di battere un colpo per segnalare gli errori e i pericoli insiti negli indirizzi di politica restrittiva attualmente in corso in Europa. Attraverso la Lettera, tanti economisti firmatari hanno voluto denunciare non solo la manifesta iniquità ma anche la palese irrazionalità delle politiche in corso».
C’è dunque insofferenza crescente verso una teoria economica, e una pratica conseguente, che ha portato alla terribile crisi attuale (ne stiamo uscendo? E quanto ci costerà ancora?) e che si ripropone senza ripensamenti, senza autocritiche, con sicurezza e qualche volta con arroganza. Ma fa impressione, nel leggere le posizioni dei liberisti, scoprire con quanta serena determinazione parlano di tagli, di riduzioni, di contenimenti, senza mai accorgersi del dolore, della fatica, del dramma che c’è, per tante persone vere, dietro queste scelte. è un’economia che sembra non avere alcuna dimensione etica, che ha perso la ragione della sua nascita, che, come ci ricorda Amartya Sen, è legata al bene dell’uomo. Se gli economisti attuali ce lo ricordassero più spesso e sapessero consigliare in tal senso il Principe, il mondo forse diventerebbe migliore. 2 luglio 2010
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