Con Perché ancora destra e sinistra (Laterza) Carlo Galli si inserisce nel dibattito ultradecennale sulla domanda se le due categorie abbiano ancora senso. Ricostruendone le rispettive logiche profonde, il politologo risponde di sì. Un utile strumento per comprendere le ragioni di una crisi di identità e individuarne la via d’uscite di Livia Profeti
Nel suo ultimo lavoro Carlo Galli si interroga sulla discussa persistenza dell’opposizione tra destra e sinistra, proponendo che essa conservi ancora oggi il suo senso. Questo però non può essere cercato in una schematizzazione delle infinite forme concrete, a volte perfino sovrapposte, che le due categorie hanno assunto nel tempo. è necessario collocarsi a una maggiore profondità, alla ricerca di un livello radicale di comprensione concettuale che miri a riconoscere, nel passato e nel presente, il nucleo di pensiero alla base di queste due modalità cardinali della politica. Galli adotta il metodo genealogico, risalendo al «punto zero dei dispositivi della politica moderna» per rilevare come l’opposizione destra/sinistra sia connaturata alla nascita della modernità stessa, cioè al passaggio epocale dall’umanesimo religioso medioevale a quello razionalista. Strettamente legato a tale cambiamento di mentalità, il pensiero politico moderno nasce sulla rinuncia all’idea tradizionale di un ordine divino che orientava anche quello sociale, e si incentra su un nuovo nesso ordine/disordine, ora passato in mani umane: l’elemento radicalmente nuovo di questa mutata situazione sta infatti nella messa in primo piano della soggettività. È questo lo sfondo sociale e culturale della nascita sia della destra che della sinistra, dal quale è necessario partire per poter stabilire il criterio della loro distinzione, che non riguarda le intenzioni palesi o latenti delle varie forze o proposte politiche, ma la struttura logica profonda del loro pensiero. Se quindi la radice comune è la secolarizzazione della dinamica ordine/disordine, il pensiero sottostante diverge sulla modalità con cui l’ordine sociale può essere realizzato, che a sua volta si fonda su un diverso modo di rappresentare la realtà, e in particolare la realtà umana.
Da questo punto di vista, Galli evidenzia come tutte le sinistre, pur nella loro estrema varietà, hanno in comune l’attenzione per quell’aspetto della mentalità moderna che pone l’accento sull’idea che nella “natura umana” ci sia un seme di positività razionale, assunto a priori come valore uguale per tutti, il cui libero sviluppo va affermato. Ciò è infatti comune tanto a un liberale come John Stuart Mill quanto al giovane Marx. L’idea originariamente moderna del pensiero di sinistra è quindi che nella realtà umana ci siano dei semi razionali di “bene” che vanno sviluppati: alla giustizia non più garantita da un ordine trascendente si può comunque tendere attraverso un progetto di emancipazione umana da realizzarsi per mezzo della politica. La logica profonda della modernità vista da sinistra è la spinta verso una democrazia umanistica, possibile perché basata sull’evoluzione di questa positività seminale in soggetti la cui diversa volontà ha comunque, per definizione, una pari dignità. Nell’ambito del medesimo passaggio alla secolarizzazione, il pensiero di destra ha un modo diverso di interpretare la realtà: i semi di razionalità umana tendenti all’ordine sono sullo sfondo mentre ciò che è messo in primo piano è l’instabilità del reale, il disordine, visto come minaccia ma anche come opportunità, come «principale risorsa a disposizione della politica». Il fondarsi di molte espressioni intellettuali della destra su valori quali Dio, Natura, Tradizione, Nazione, Razza, Mercato, «si accompagna sempre al tema (…) dell’aggressione permanente all’Ordine, [che] va sì realizzato ma non tanto con l’artificio razionale quanto con la lotta incessante contro chi lo minaccia. L’accettazione del disordine (…) come dato originario è presente perfino là dove l’Ordine politico è un vero e proprio dogma: a un pensatore radicale come Maistre non sfugge che ogni legittimità dinastica ha alla sua propria origine un mistero, il momento illegittimo del suo inizio». L’evidenziazione di questa logica primaria consente a Galli di fornire la ragione profonda dell’osservazione apparentemente superficiale secondo cui «la destra è portatrice di un’antropologia negativa (…) e la sinistra, invece, di un’immagine almeno potenzialmente positiva dell’uomo». Ma consente anche a noi di leggere in modo nuovo la definizione di sinistra “progressista” e di destra “conservatrice”, in quanto in base al suo criterio si può cogliere nella logica della prima un’idea di movimento, di sviluppo degli esseri umani, mentre nella seconda un’impostazione di staticità: l’idea di una realtà dominata da un disordine immutabile, dove si muovono uomini che sono fatti così e così rimarranno per sempre.
La prima cosa da notare è che tale visione della dicotomia destra/sinistra - e la riconsiderazione in base a questa delle forze politiche passate e presenti - potrebbe consentire di uscire da una sterile contrapposizione basata sull’appartenenza alle rispettive e diverse tradizioni. Il confronto diverrebbe invece sull’idea di soggettività, laddove una politica progressista potrebbe essere considerata quella che, in qualsiasi modo si chiami, metta in primo piano l’individuo ritenuto costituzionalmente sociale e le sue esigenze oltre che i suoi bisogni, e non si limiti quindi all’amministrazione dell’esistente ma torni a rappresentare la speranza in un futuro migliore, perché pensa che negli esseri umani ci sia una positività “seminale” a cui va garantito il libero sviluppo. Perché ciò possa realizzarsi si rende però prima necessaria un’indagine più specifica sull’attuale crisi identitaria del pensiero di sinistra (lamentata da più parti in Italia), laddove l’approccio genealogico di Galli fornisce ulteriori strumenti di comprensione. Se infatti approfondiamo sotto il profilo della concezione della realtà umana la distinzione delle due diverse logiche destra/sinistra nate insieme all’umanesimo razionalista moderno, potremmo notare che è come se queste ereditassero dal precedente umanesimo religioso le categorie di Bene e di Male, declinandole in una politica ormai secolarizzata: per il pensiero di destra è fondante l’accettazione di un male radicale immutabile che genera disordine sociale; quello di sinistra mette invece l’accento su un seme altrettanto radicale di bene fondato sulla razionalità, da cui l’ordine può svilupparsi. Osservando il razionalismo illuminista e la democrazia che da esso procede, è noto che essi riprendono in chiave moderna l’antica idea greca di un’identità umana razionale di origine “spirituale”. Anche il materialismo marxista rimane nel medesimo solco, in quanto la sua critica alla religione non ha comportato la comprensione di un’analoga origine materiale delle dimensioni psichiche umane che esulano dalla razionalità, e quindi da questo punto di vista non ha prodotto alcuna trasformazione delle mentalità.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento però, tale concetto di identità umana razionale e religiosa raggiunge l’apice della sua crisi: crolla cioè la certezza più o meno palese del legame tra ragione umana e ragione divina, sulla quale si basava la credenza che tutto ciò che esiste nella realtà sia razionale e quindi conoscibile dalla razionalità umana. Secondo alcuni è stato Kant a iniziare inconsapevolmente questo processo, denunciando i limiti di una ragione basata sull’esperienza dei cinque sensi e affermando l’inconoscibilità del noumeno (l’essenza). Di fatto, il movimento culturale successivo, filosofico, letterario e artistico, si incentra sulla fine della certezza della coscienza razionale: da Schopenhauer a Nietzsche in filosofia, da Baudelaire a Mallarmé in poesia, da Wilde a Pirandello nella letteratura, da Cézanne a Picasso in pittura, solo per fare pochi notissimi nomi, si diffonde l’idea che tutto ciò che appare ai sensi nasconde qualcosa di invisibile e misterioso, inaccessibile alla ragione. In questo movimento di ricerca dell’invisibile e intangibile nella realtà umana si inserirà Freud, che definisce l’“oltre” della ragione con caratteristiche che però sono molto lontane dalla logica primaria del pensiero di sinistra evidenziata da Galli. La sua descrizione della psiche si basa infatti su un inizio della vita umana definito «perverso polimorfo» (Introduzione alla psicanalisi, 1915-17); per Freud il bambino «passa» per essere «una creatura pura e innocente» ma in realtà è narcisista, sadico, asociale, mirante unicamente alla soddisfazione delle proprie pulsioni parziali autoerotiche, dei propri «diritti animali». Tale presunta caratteristica violenta originaria della nostra specie va costantemente domata: «La società deve infatti assumere come uno dei suoi compiti educativi più importanti quello di domare, di limitare la pulsione sessuale», la quale «romperebbe altrimenti tutti gli argini e spazzerebbe via l’opera, faticosamente edificata, della società». Con l’educazione si struttura l’identificazione con il padre, che nel corso dell’esistenza dovrà sempre lottare per evitare che il caotico inconscio originario, «costituzione innata» degli esseri umani, prenda il sopravvento. Questo quadro pessimistico e immutabile è confermato dallo stesso Freud in una lettera a Pfister nel 1930: «Se dubito che l’umanità sia destinata a progredire, (…) se vedo nella sua vita una lotta continua tra Eros e pulsione di morte il cui esito mi sembra di non poter definire, non credo con ciò di aver espresso alcuna delle mie personali disposizioni costituzionali o delle mie disposizioni affettive». Egli afferma che volentieri ammetterebbe che negli esseri umani ci sia «qualcosa di buono» ma ritiene che si tratti solo di un’«illusione». Alla luce della riflessione di Galli, le collusioni di Freud con il fascismo e con il nazismo recentemente messe ancor più in evidenza che in passato dal filosofo francese Michel Onfray (Crépuscule d’une idole), sembrano trovare una loro coerenza teorica: non si trattò di oscillazioni estemporanee, bensì della profonda affinità del pensiero freudiano con una logica di destra che vede il disordine come originario e immutabile, alla radice stessa dell’uomo. Eppure è accaduto che a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, come già messo in evidenza da Carlo Viano, l’impostazione freudiana della realtà umana sia stata accettata e fatta propria da molta cultura “di sinistra”, contraddicendo quindi alla base quella logica identitaria sotterranea che invece, al contrario, secondo Galli nasce sulla fiducia in un seme radicale di “bene” nell’umanità, e su quello ha fondato la sua idea di uguaglianza, libertà e pari dignità. La sua ricostruzione genealogica sembra dunque fornire la possibilità di una nuova chiave di lettura sulla crisi di identità attuale della sinistra, italiana ma non solo, che più che al crollo del comunismo appare invece profondamente legata a quello dell’umanesimo razionalista.
L’alternativa che la cultura di sinistra ha trovato nello scorso secolo per rispondere a questo crollo, oltre che essersi rivelata inconsistente può ora essere vista anche sotto la luce di un vulnus alla logica fondante del suo pensiero, e conseguentemente alla sua identità politica. Un nuovo umanesimo, che superi il razionalismo comprendendo laicamente anche la dimensione irrazionale umana, deve trovare pure in questa un originario seme di positività a cui garantire il libero sviluppo. È questa l’innovazione culturale che potrebbe far uscire il pensiero politico dall’impasse, e farle forse anche superare la sua iniziale definizione oppositiva: anziché di “sinistra”, una nuova politica progressista potrebbe chiamarsi semplicemente “umana”. 25 giugno 2010
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