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di Massimo Fagioli Ogni mattina ascolto Radio radicale che riassume gli articoli di molti giornali. Già la sera, dopo mezzanotte, avevo visto, sullo schermo televisivo, i titoli delle notizie più importanti. Poi leggo uno o due giornali. Ed ora guardo e ripenso a quanto ho scritto nelle ultime settimane. Risalgo nel tempo e mi fermo all’articolo La Sirena. Era stato provocato dalla voce di una donna che, alla radio, parlava dell’Odissea. Pensai alla poesia, pensai alla percezione delle donne dei porti che adescano i marinai, all’immagine creata nella veglia ed alla mano che scrive parole. Percezione, immagine, parole, come se fossero due trasformazioni. E la parola “trasformazione” mi trascinò in quel passato la cui esistenza sta nella memoria che si forma nella notte, quando la coscienza non c’è più. E, da tempo, so che per fare la conoscenza è necessario che la comprensione del linguaggio silenzioso delle immagini oniriche, diventi pensiero e linguaggio verbale, ovvero parola detta con la voce o scritta con la mano. è necessario che l’immagine silenziosa della mente caduta nel sonno diventi suono o segno. E la parola trasformazione attende, ogni volta, di essere accolta per dare un nome a questo movimento invisibile. E penso alla voce di donna che disse che l’immagine delle sirene derivava dall’aver visto le donne che adescavano i marinai per ucciderli e derubarli. Non disse la parola trasformazione. Penso alla formazione delle immagini nel sonno e sono certo che Omero, quando scrisse, era sveglio e cosciente. è possibile trasformare la percezione in immagini che sembrano oniriche, in stato di veglia? Ma fermo le parole “sembrano oniriche”. La coscienza non sogna. E Kafka scrisse quelle righe terribili: “Gregorio Samsa... svegliandosi da sonni agitati, si trovò trasformato in un enorme insetto immondo. Non era un sogno”. Era comparsa, nella coscienza una... immagine che aveva eliminato l’identità umana. Ma, subito, penso che non posso usare la parola immagine. L’enorme insetto immondo era una figura del ricordo cosciente. Forse reso più grande ma non c’era la trasformazione della percezione della veglia. Tutti distinguiamo le immagini oniriche che rimangono nella mente al risveglio dai ricordi coscienti derivati dalle percezioni nella veglia prima del sonno. Ed ho sempre pensato che ciò accade perché realizziamo il passaggio dalla veglia al sonno come scomparsa della veglia, coscienza, comportamento, pensiero verbale e linguaggio articolato. E la parola sparizione, e non distruzione, crea il termine trasformazione perché il pensiero si realizza soltanto come immagini silenziose che sono diverse, altre, rispetto alle figure del ricordo cosciente che riproduce esattamente la percezione. Gregorio S. non aveva fatto questa trasformazione, perché non aveva realizzato la scomparsa della coscienza come fantasia di sparizione, ma come pulsione di annullamento che non determina nessuna creatività nel pensiero senza coscienza.
Guardando le righe scritte, vedo chiaramente l’immagine del risveglio, la descrizione che il ricordo cosciente mi porta a fare e le riflessioni che vengono alla mente dopo aver avuto rapporto con la realtà sociale, culturale, politica. Poi ricordo la metà del giorno in cui, dopo una frugale seconda colazione, mi avvio verso una amata poltrona. Ma ora la bella penna ad inchiostro diventa pesante e scrive “descrizione del ricordo cosciente”, soltanto con affanno. Mi pento di averla forzata perché so che ciò che appare ricordo del banale pisolino di metà giornata, in verità è una immagine... creata dalla mente che appare cosciente perché la mano scrive il pensiero verbale. Non è facile comprendere. Penso che potrebbe essere la realizzazione della separazione dalla realtà sociale, culturale, politica che si realizza quando ancora c’è il comportamento che porta le gambe a muoversi per andare verso la comoda poltrona dove i muscoli possono rilassarsi... come se dormissi. E ricordo che, dalla Francia, è venuta la parola rêverie che è l’arricchimento del termine rêve che si traduce come sogno. Si può dire stato sognante? Ed il ricordo della parola francese fa emergere la memoria di quanto scritto due settimane fa, rifiutando la frase “perdita provvisoria del contatto con la realtà”. Ed è memoria perché emerge quando la poltrona galeotta fa andare via, lentamente, la coscienza ed il pensiero verbale. Ma la rêverie non è sonno in cui si formano le immagini oniriche ma è emergenza di immagini che, tra sonno e veglia, possono essere anche pensieri verbali. Ovvero non c’è trasformazione perché non c’è, nella rêverie, sparizione totale della coscienza, comportamento, linguaggio articolato. C’è ancora una vaga, incerta, sensibilità che mantiene, senza la lucidità della coscienza, un rapporto con la realtà esterna a se stessi. Così la lucidità della coscienza è più luminosa perché, forse, ho visto che la comparsa del pensiero verbale è trasformazione delle immagini che si formano quando scompare la coscienza, gradualmente... nel tempo.
Ma non c’è comportamento; i muscoli rilassati non fanno muovere il corpo. L’apparato neuromuscolare è sopito, come se il pensiero fosse libero dalla pesantezza della realtà materiale del corpo. Poi, allo stimolo, diciamo “mi stavo addormentando”. E la memoria di queste parole fa scendere il pensiero a vedere la notte. Il sole è ormai tramontato da tempo e le lampade, in modo meschino, cercano di compensare la sua assenza illuminando malamente le cose. E sembra tutto uguale al primo pomeriggio. Sono a casa. Una frugale cena e relax in poltrona con lo schermo televisivo davanti. Il relax sembra uguale a quello di dieci ore prima, ma io so che è un inganno del ricordo cosciente. Ma se penso manifestamente uguale e in verità diverso, compare il mostro umano e animale creato dalle parole: percezione delirante. Ovvero pensare che esista una realtà di diversità invisibile; o credere che sia nascosta una realtà mentale che, in verità, non esiste. Ma il pensiero, abile, cerca di rivedere il tempo andato via. Compare la memoria del movimento del corpo che dice che l’immagine di me, che esco di casa per andare ad aprire le porte dello studio per ospitare chi vuole e cerca la psicoterapia di gruppo, non è la stessa di quella che, percorrendo la stessa strada, torna a casa avendo chiuso le porte. Penso che, andando, volto le spalle alla casa; tornando, allo studio. Ed è notte, ma viene la parola risveglio e ricordo che mi riporta a vedere le cose di prima. Realizzo così che pensare l’invisibile, oltre il ricordo cosciente delle cose percepite, non è credere in qualcosa che non esiste.
E guardo le tre poltrone che ho davanti agli occhi e, vedendo la diversità soltanto nel colore, penso che la rêverie del primo pomeriggio è diversa dal sonno che, essendo passata la mezzanotte, giunge spesso a chiudere velocemente le palpebre. E una logica ferrea costringe a pensare: “Non puoi annullare il fatto mentale che, dopo il primo pomeriggio, vai verso lo studio... in attesa... La sera vai verso casa. Sì, lo so, entrambi i luoghi sono vuoti ma...”. Comprendo che non pensare ad un movimento interno alla mente è negazione della realtà umana, come se la verità dell’umano fosse l’anatomia e la fisiologia, e la sostanza cerebrale fosse soltanto neurologia senza pensiero. Dieci ore di tempo trascorso è una sparizione di un passato che fa storia nella memoria senza coscienza. E rivedo il cortile di via Roma Libera ed il mio passeggiare mentre tante persone entrano e si siedono. Poi il mio sedermi sulla poltroncina. Ma il ricordo cosciente non dice altro, non sa pensare perché la razionalità non pensa la realtà non percepibile. Ma la rêverie fa comparire che tanti voltano le spalle alla società sociale, culturale, politica. Quando escono lasciano lo studio vuoto senza ricordo.
Forse non sono uscito dalla rêverie del primo pomeriggio perché le immagini delle persone sedute sono sfocate, come avvolte da nebbia e non si distinguono dalle voci le cui parole sono soltanto immagini silenziose. E vedo l’ingresso dello studio ed il cortile dello studio della psicoterapia di gruppo e le persone che entrano una dietro l’altra. Ma le immagini sono voci che raccontano sogni che dicono spesso la parola “corridoio”. Ed anche la mia voce che dice “è l’immagine del corridoio di Villa Massimo dove è iniziata l’Analisi collettiva”. Ma non è lo stesso perché non è ricordo cosciente. “Nel 1980 ho... trasformato il locale e..., nel tempo, avete trovato la fantasia che ha fatto del vostro camminare entrando e uscendo, un corridoio. Trentacinque anni fa era un luogo immobile; ora il terreno che calpestate entrando ed uscendo è sempre lo stesso di trenta anni fa; non è mai lo stesso perché, entrando, siete in attesa. Uscendo spero che non siate soddisfatti ma ...in attesa”. Ma è tutto diverso. Il tempo delle cinque ore si muove ogni istante perché sparisce il prima e compare il nuovo. Ed io calpesto gli stessi sampietrini entrando ed uscendo, ma è diverso perché voi, entrando, realizzate il corridoio che vi porta a ricreare la vostra nascita, uscendo fate quella separazione che vi spinge a fare da soli... come me che scrivo. |