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Tra l’outlet e il romanzo Stampa E-mail
Dopo aver preso le distanze dalla stagione pulp, Tommaso Labranca torna con una satira della società dei consumi

Do you remember Tommaso Labranca? Negli anni Novanta qualcuno lo scambiò per un ilare filosofo del trash, per il rutilante portavoce degli scrittori pulp (Scarpa, Nove etc.). Ma già si capiva che dietro la gestualità dadaista c’era uno sguardo da moralista pensoso e da erede “perverso” della Scuola di Francoforte (provate a mettere insieme Adorno e Orietta Berti!). Durante la bella Rassegna di Culture pop (a Cisterna di Latina), ha pubblicamente preso le distanze da quella effimera temperie. In Andy Warhol era un coatto reinventò la categoria stessa di trash, emulazione fallita di un modello alto. Nel successivo Chaltron Hescon decostruiva le cosiddette “iperconvinzioni”, dogmi del pensiero unico. Ora con Haiducii (Excelsior 1881) ha scritto un conte philosophique ai tempi dell’outlet, una favola neorealista frantumata su diversi piani temporali, un finto feuilleton che si svela via via come saggio acuminato di critica della società. La famiglia dei Petrescu, immigrata in Brianza perché attratta dallo scintillio dei consumi, è seguita nella sua drammatica vicenda con attenzione minuziosa e pietas. La smania di acquisto li porterà a indebitarsi e ad andare in rovina. A tratti Labranca mi appare come una versione pop di Walter Siti.

Ad esempio, «Casa Petrescu è iperoccidentale perché è stipata di oggetti e ha dosi superiori di polvere dietro e di sopra quegli oggetti» Labranca ha scelto un genere misto e una lingua molto comunicativa, provvisoria, vicina al cabaret e a “Zelig”, con l’iperbole fantozziana e l’humour raggelante di Luttazzi. Innova le similitudini; al posto di “silenziosa come un gatto” dice «silenziosa come una jena». Quando entra nella sede di Mtv gli scende «uno strato di polvere sul cuore». Irresistibile la scena in cui i Petrescu fanno colazione, persuasi di imitare la famiglia del Mulino Bianco, ma tutto era sette gradi sotto quello spot: i biscotti erano puro grasso idrogenato, la tovaglia chiazzata. Il punto di vista è di chi sceglie di stare in basso, di vedere il mondo dal basso (al di fuori di qualsiasi ideologia) di chi odia non tanto chi sta in alto quanto chi non ti dice mai dove sta, e magari si finge straccione soltanto per snobismo. In Haiducii l’io narrante è aristocratico e populista: ama l’Ikea, la grande distribuzione (dove si resta anonimi fruitori), si schiera con i diseredati e fa scherzi atroci alla perfida (e razzista) padrona di casa dei rumeni… Non sopporta l’attrice teatrale icona della sinistra frou frou che parla del decennio vacuo degli Ottanta e invita a “resistere”. Né l’“autorino” di programmi tv che usa una terminologia pseudotecnica di studente fallito di scienze della comunicazione. Né la scrittrice Isabella Santacroce, fautrice di sesso estremo e scandalizzata (conformisticamente) dalla casa troppo ordinata di lui! Ospite da Fazio, l’autore ha detto che oggi non ci sono più novità ma solo “innovazione”. Cioè: non succede niente di nuovo, solo restyling di cose già esistenti. Così in letteratura, dove però le ibridazioni, proprio come questo libro, rinviano al ’700 sperimentale e sembrano più vive di tanti romanzi convenzionali.

di Filippo La Porta

25 giugno 2010

 
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