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In About Elly una gita sul Mar Caspio di alcuni giovani iraniani finisce molto male
Guida spericolata, allegria rumorosa, e donne rese seducenti dallo chador. Non siamo in un Paese immaginario e nemmeno nell’Iran ai tempi dello scià: è proprio l’Iran degli ayatollah in un giorno di festa, con un gruppo di giovani borghesi che si recano in gita sulle sponde del Mar Caspio. Ma Elly, una delle gitanti, d’improvviso scompare. Era l’obiettivo principale della scampagnata. Almeno per Sepideh, che aveva organizzato la gita. Voleva presentarla ad Ahmad, tornato single dopo il naufragio del suo matrimonio con una tedesca conosciuta durante un soggiorno in Germania. Elly, decisa a rompere il suo fidanzamento, sembrava fatto su misura per questo scopo. Ma la ragazza, come abbiamo detto, scompare e il film cambia tono. Parte oscillando tra la nostrana commedia vacanziera e la classica commedia hollywoodiana del “rimatrimonio”, diventa poi qualcosa di simile a Un borghese piccolo piccolo, il film di Mario Monicelli che chiuse nel modo più nero la stagione della commedia di costume all’italiana, e Il grande freddo di Lawrence Kasdan, pellicola di culto degli ex sessantottini di mezzo mondo. About Elly è un film a dir poco sconcertante: contravviene a tutto ciò che il cinema iraniano ci aveva fatto vedere. Affossa tutte le idee ricevute su quel Paese. Sappiamo benissimo che certe mode della società occidentale vengono ancora praticate; ma lo si fa al riparo dei guardiani del fondamentalismo islamico. Qui, invece, tutto sembra avvenire alla luce del sole. L’unica preoccupazione insorge quando si tratta di denunciare la scomparsa di Elly alla polizia. Di lei conoscono soltanto il nome, che non è certo quello trascritto nell’atto di nascita. Certe verità sui vizi della società musulmana si scoprono solo quando i gitanti prendono atto dello scopo a loro ignoto della scampagnata. Resta comunque una sotterranea polemica contro le idee precostituite. Asghar Farhadi, il regista, è stato chiaro in proposito: «Piuttosto che convalidare un immaginario diffuso, un film deve costituire uno spazio che invita lo spettatore a intraprendere un proprio percorso di riflessione». di Callisto Cosulich 25 giugno 2010
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