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Con Dissolution, Benvegnù cambia stile e ispirazione. Uscendo dal solco delle love songs
Nel 2004, dopo lo scioglimento del gruppo alternative rock di cui faceva parte, gli Scisma, debutta da solista con Piccoli fragilissimi film, album d’esordio apprezzatissimo sia dalla critica che dal pubblico; poi, nel 2008 è la volta de Le labbra, disco che dalla critica specializzata è stato addirittura definito come un “capolavoro cantautorale”, nel quale narra con superba essenzialità poetica, gioie e difficoltà di un amore tanto voluto quanto sofferto. E poi, in mezzo a queste sue due importantissime tappe discografiche, nonché personali, moltissime collaborazioni, tra le quali ricordiamo, non da ultima, quella a Il paese è reale, promossa dagli Afterhours; e, inoltre, diversi Ep, tutti validi e degni di nota, quali Cerchi nell’acqua del 2005, 14-19 del 2007, e poi l’ultimo, 500 del 2009. Insomma, non si può certo dire che Paolo Benvegnù, uno dei più raffinati e intensi cantautori e musicisti nostrani, straordinario paroliere dell’inaspettato, non sia un artista prolifico, dato che detiene la media di più o meno un disco all’anno. Anche perché da una manciata di giorni è in commercio Dissolution, il suo nuovo disco, interamente registrato dal vivo nel dicembre scorso a Roma, che racchiude tutto il meglio della sua attività di “artigiano della musica”, come ama definirsi, dai tempi degli Scsima sino a oggi, con l’aggiunta di due brani: “Io e il mio amore”, singolo presentato lo scorso anno durante il tour Il paese è reale, qui in versione modificata, e “Who by fire,” cover di Leonard Cohen, pezzo che Benvegnù considera un po’ come «un manifesto programmatico, un augurio di poter arrivare a scrivere così». A ogni modo Dissolution è un lavoro decisamente importante, di riepilogo e rivisitazione, di cui Benvegnù sentiva profondamente l’esigenza, perché «dopo tanti anni di concerti e di canzoni sull’amore - racconta - sull’interpersonale, avvertivo il bisogno di trasformarmi». Per questo, infatti, il disco ha un nome così criptico e particolare, «perché è un po’ come dissolversi e rinascere - spiega - come ritrovare l’inconscio mare calmo per poi tornare a vivere in maniera diversa». Una separazione dal passato, in sintesi, «un chiudere una porta per aprirne un’altra», e poi, confida,«volevo vedere tutti questi episodi scritti nel tempo un po’ dal di sopra, con una visione d’insieme. Solo raccogliendoli, infatti, ho capito che in tutti questi brani, che hanno anche dieci anni e passa, c’è una storia, un filo rosso grosso e nodoso, un sentire che è quello di una persona che cerca di vivere disperatamente». Ma ora questo bravo cantautore che non ama fregiarsi del titolo di “artista”, semmai di artigiano, purtroppo snobbato dalle major e dal circuito mainstream, è già al lavoro per un prossimo progetto che uscirà l’anno prossimo: sta già scrivendo delle «cose diverse che non riguardano solo ed esclusivamente il rapporto di coppia fine a se stesso ma comprendono un sentire più aperto, non più così giocato sull’uno contro uno». Intanto, mentre Benvegnù ha la testa piena di note e parole, Mina ha incluso un suo brano, “Io e te”, contenuto in Piccoli fragilissimi film, nel suo nuovo album Caramella, sul mercato da fine maggio. Avvenimento questo che Benvegnù descrive come «un miracolo», sebbene Mina non sia la prima interprete femminile che si “appropria” di una sua creazione. Prima di lei infatti ci sono state Irene Grandi, che nel 2003 ha ripreso “è solo un sogno”, canzone anche questa del disco d’esordio dell’autore. E poi, nel 2009, Marina Rei e Giusy Ferreri hanno ricantato la sua “Il mare verticale”, includendola nei loro rispettivi album. Tutte donne che reinterpretano Paolo Benvegnù, come mai? «Continuo a non comprenderlo - risponde -. Senza contare che non avrei mai pensato nella vita che una donna si sarebbe potuta immedesimare così tanto in un mio brano. Però, evidentemente, nel cercare l’umano nei testi, riesco a trovare il femminile. Ma queste sono solo supposizioni». di M. Flaminia Attanasio 25 giugno 2010
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