La Biennale di Carrara, dal 25 giugno, apre i battenti, diventando mappa delle nuove sperimentazioni
di Simona Maggiorelli Ormai da vari decenni la parola scultura è diventata desueta nel mondo dell’arte. In Italia, a praticarla in linea con la tradizione, in un senso poetico alto, di fatto sono rimasti Arnaldo Pomodoro e pochi altri appartati maestri. Cercando perlopiù di riattualizzarne il significato di intervento civile nel tessuto urbano. Per il resto, come esemplifica bene la panoramica internazionale contenuta in Scultura oggi di Judith Collins uscita di recente per Phaidon, questa pratica antichissima di creare forme nuove con scalpello e lime è diventata qualcosa di radicalmente altro. Incontrando l’architettura, la videoarte e la performance, la scultura si è fatta intervento ambientale, installazione, percorso plurisensoriale, esplorazione di una spazialità nuova, non più intesa solo in senso fisico ma anche come apertura di uno “spazio” interiore. Un processo cominciato già con i primi, avanguardistici, ambienti di Lucio Fontana che pure veniva da una solida pratica di ceramica tutta tradizionale. Nella prima metà del Novecento, proprio nelle mani di artisti e anticipatori del contemporaneo come lui la scultura si è liberata da ogni rigida convenzione. Ma anche e soprattutto da ogni accento retorico e ideologico. Poi ad alcuni fatti di cronaca, per quanto non attinenti strettamente all’arte, alcuni critici e artisti hanno voluto attribuire un significato in relazione a questo passaggio. Agli inizi del nuovo millennio, per esempio, l’abbattimento della statua di Saddam Hussein in Iraq è stato letto anche come la fine di un certo modo di intendere la scultura. Nell’immaginario collettivo, insomma, quella sequenza di immagini rimbalzata sui media da un capo all’altro del mondo non avrebbe incarnato solo un sogno di democrazia ma avrebbe simboleggiato anche la definitiva impraticabilità di un genere di scultura che ha cantato le lodi di ideologie dittatoriali, diventandone totem e feticcio. Proprio da qui, dalla morte della scultura come monumento, è partita la riflessione che il curatore Fabio Cavallucci svolge con la XIV edizione della Biennale internazionale di scultura di Carrara, intitolata, non a caso, Postmonument e raccontata in un omologo catalogo Silvana editoriale. Dal 26 giugno alla fine di ottobre, non solo l’Accademia e i tradizionali spazi espositivi carrarini ma anche storici circoli, laboratori artigiani, vinerie e retro botteghe si faranno cantiere d’arte, luogo di esposizione e di incontro fra pubblico e artisti. Nella più ampia sperimentazione di generi, di stili e di materiali. Da qui, mescolando alto e basso, spazi istituzionali e luoghi di incontro insoliti e informali, si dipana il lungo percorso di questa Biennale 2010; un percorso espositivo che dalla spiaggia di Massa, dove l’artista inglese Antony Gormley ha piantato una delle sue enigmatiche sagome umane, arriva nella parte più alta di Carrara dove un’altra star internazionale come il videoartista Paul McCarthy ha issato su un massiccio piedistallo una giunonica donna senza mani. Di fatto il curatore Cavallucci, alla sua prima prova con una Biennale di scultura, ne ha fatto una mappa di sperimentazioni a livello globale. Pensando questo tradizionale evento (la prima edizione risale al 1957 ed è una delle più vecchie biennali europee) come una finestra aperta sul lavoro delle ultime generazioni, non trascurando tuttavia alcuni importanti capisaldi di storia, anche locale. Così stabilendo un nesso ideale con il passato antifascista di queste terre e con le stragi nazifasciste che furono perpetrate a Sant’Anna di Stazzema e in altri paesi delle Apuane, ecco che accanto a un nugolo di giovani artisti cosmopoliti Cavallucci ha invitato a esporre un decano della scultura come Yona Friedman, testimone diretto della Shoah e sfuggito miracolosamente a un rastrellamento nazista. Ma ecco anche artisti nati negli anni Sessanta e Settanta come il lituano Deimantas Narkevicius o come la italo-olandese Rossella Biscotti rileggere in opere originali le tante storie di anarchici carrarini che nei secoli scorsi si sono battuti per ideali di giustizia sociale e di libertà. Quanto agli stili, ai materiali, alle tecniche in cui le opere sono realizzate, come accennavamo, non potremmo immaginarne di più disparate di quelle che si incontrano in questa Biennale. Passando dalle malinconiche fotografie “tridimensionali” dello spagnolo Santiago Serra agli alberi piantati nel pavimento del salotto di Sam Durant, dagli improvvisi e profondi crateri di Urs Fischer agli iperrealisti cadaveri coperti con un lenzuolo di Maurizio Cattelan che a Carrara, dopo aver proposto provocatoriamente di sostituire la statua di Mazzini con quella di Craxi, ha deciso più prudentemente di riproporre questa sua installazione che rievoca gli anni bui dello stragismo. E ancora, nell’orizzonte bianco delle cave di marmo da cui Michelangelo trasse interi blocchi intonsi per i suoi capolavori ecco ardere le capanne rosso fuoco fotografate da Giorgio Andreotta Calì e galleggiare, come in levitazione, le sagome umane rivestite d’oro di Liu Jianhua, oppure ecco comparire fantasmagorie di animali firmate dal cinese Cai Guo Quiang. E ancora, sculture di bottoni che miniaturizzano scenari urbani, archi costruiti con staccionate di sedie intrecciate, mulini che fendono l’aria nel cuore dell’agorà pubblico. Tutto si mescola e acquista nuovi significati in questi antichi contesti. Sotto la guida di Castellucci, la Biennale 2010 si fa immaginifica Wunderkammer. Amplificata da fiabeschi percorsi paralleli nel Castello Ruspoli di Fosdinovo dove giovani videoartisti come Emanuele Becheri e Riccardo Benassi reinventano gli spazi con filmati e installazioni. Nel frattempo, insieme al grande artista cileno Alfredo Jaar, questi stessi giovani sperimentatori accendono di nuove luci e significati anche la cattedrale e il battistero di Carrara. 25 giugno 2010
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