Dopo il libro un film. Arriva nelle sale La papessa, il racconto della vita di Iohannes Anglicus. Giovane donna che, secondo la leggenda, sotto spoglie maschili divenne papa nell’anno 853 d.C. di Ilaria Bonaccorsi
Le dimensioni del cervello di una donna sono inversamente proporzionali a quelle dell’utero; perciò più una ragazza apprende, meno probabilmente partorirà dei figli» così risponde il secondicerio Giordano a Giovanna, oramai papa, che tenta di imporre l’istituzione di una scuola femminile. L’accesso all’istruzione per le donne nel Medioevo era severamente vietata, questo si sa, ed era vietata in virtù di una presunta inferiorità “originaria” teorizzata da molti e, fra i primi, dallo stesso Paolo di Tarso. Le donne per natura sono assolutamente incapaci di ragionare. I loro umori naturali che sono freddi e umidi, non sono propizi all’attività cerebrale e fanno sì che esse non possano comprendere i superiori concetti morali e spirituali. Per secoli si è creduto che il sangue mestruale facesse inacidire il vino, rendesse sterili i campi, smussasse l’acciaio, arrugginisse il ferro e infettasse i morsi dei cani con un veleno incurabile. Le donne non avevano alcun diritto reale e giuridico; per legge potevano essere battute dal marito; la violenza carnale veniva considerata una forma minore di furto. La loro istruzione era scoraggiata, perché una donna istruita veniva giudicata non solo contro natura ma anche pericolosa. «Una donna istruita non è mai casta», dice il maestro Odo e il vescovo Fulgenzio auspica che «la donna imiti il comportamento del cane, che sempre ha l’occhio e il cuore volti al padrone; anche se il padrone dovesse frustarlo o gettargli pietre il cane lo segue agitando la coda».
La papessa, del regista Sönke Wortmann racconta la storia/leggenda di Iohannes Anglicus, Giovanna nata in Franconia nell’814 d.C. e divenuta papa Giovanni nell’anno 853, subito dopo la morte di Leone IV e prima di Benedetto III. La pellicola non ha la potenza delle immagini di Agorà, film nel quale il regista Alejandro Amenábar ricostruisce la storia di Ipazia, matematica alessandrina vissuta nel IV secolo d.C. e morta per mano di monaci cristiani, ma segue lo stesso filo, quello della violenza macroscopica, feroce, teorizzata ed esercitata dalla Chiesa di Roma nei confronti della donna. La papessa è un film che scorre, tradizionale, un po’ grigio, vecchia maniera, con rare impennate indimenticabili. Giovanna bambina intelligente che legge l’Odissea di Omero regalatale dal maestro greco Esculapio, Giovanna che si oppone al monaco Odo che non la vuole nella scuola della cattedrale perché donna, quindi inferiore, spiegandogli che in verità «è Eva che coglie la mela per amore di conoscenza, mentre l’uomo la coglie solo dopo e solo perché Eva glielo chiede». La madre pagana, il padre sacerdote fanatico, la sua fuga. Le fasce strette sul seno per nascondere la sua identità femminile. La cipria sul volto/maschera di Giovanna, oramai Giovanni VIII. La vestizione, la tiara pesante sul suo capo. La solitudine di una fine feroce. Wortmann come Amenábar non ce la fa, o forse non vuole, non gli serve rappresentare la crudeltà della morte di Giovanna. Non filma lo strazio subito dalla papessa che partorisce durante la processione di Pasqua. Il linciaggio operato dai fedeli quando intuiscono la sconvolgente verità. Un papa donna. Trascinata per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, venne lapidata a morte dalla folla inferocita. Sepolta insieme col cadavere del nuovo nato, nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e la basilica di San Pietro. Non è un film dalle immagini potenti ma è un film potente perché mostra le due facce brutali e fallite di una certa Chiesa e di un certo cristianesimo, quello fanatico del padre di Giovanna che violenta la moglie in nome di Dio, che tenta di stroncare la vita della figlia e che ha paura del Sapere, in ogni sua forma. E quella del vescovo tedesco grasso, opulento, ubriacone, padrone di una Chiesa che nulla ha di spirituale. Potente perché mostra la Roma della fine del IX secolo, dove il pontefice non è che un sovrano, né più né meno, eletto grazie alle pressioni di poche famiglie facoltose. Come potente, è l’immagine del sapiente nomenclator (in verità bibliothecarius) Anastasio, figlio del nobile Arsenio, che voleva impadronirsi del seggio pontificio a ogni costo.
Giovanna non è libera, come Ipazia, e non è atea. Impara a leggere e scrivere di nascosto e sotto mentite spoglie, per quindici lunghi anni studia nel monastero di Fulda. La conoscenza del greco e delle arti mediche le spalanca le porte di Roma, dove come un buon sovrano si occupa di orfani e scuole. Di giustizia sociale e di pari diritti allo studio e questo le farà guadagnare nemici mortali. Che sia esistita o meno non è importante. La sola nascita di una tale leggenda è ricca di significato. 18 giugno 2010
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