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di Massimo Fagioli Come un miope che ha offuscata con una nebbiolina la percezione delle cose, avevo abbassato le palpebre. La mano, distratta, aveva segnato sulla carta bianca tante lineette verticali. Le contai, quasi sfogliandole come talora faccio con i piccoli bigliettini di banca per pagare le cose necessarie per non far soffrire il corpo. Tra essi vidi, come a scoprire un ago nel pagliaio, un anello con un grosso rubino al centro circondato da perle bianche. Tutte le tante linee scomparvero e rimasero due piccoli segni contorti che dissero subito di essere il nome del tempo della mia vita. Era, alla percezione, un numero che tante volte aveva indicato la quantità delle cose che l’essere umano pensa con ciò che chiamiamo numero, che non è parola. E non riesco a sapere, immaginando, se prima ha pronunciato dei suoni che rendevano percepibile con l’udito un pensiero, oppure la mano ha realizzato un movimento che faceva segnare, in silenzio, una o più linee nella realtà della natura non umana. Mi guardo intorno, percepisco la luce del sole, il suono del vento, il fruscio delle piante che si piegano, scrivo e non parlo perché il pensiero verbale va direttamente al braccio ed alla mano escludendo, dal suo cammino, la gola e la bocca che resta immobile. E penso che se poi le piccole linee rette sono state piegate, curvate per fare una forma, nella caverna in un tempo lontano, c’era silenzio senza voce umana. Ma ciò che è rimasto nel tempo che sembra infinito sono disegni che riproducono la figura degli animali visti, ma rappresentano la forma del corpo umano deformato in vario modo. Come se Picasso e Matisse avessero antesignani nel tempo di tante migliaia di anni fa, forse quando la realtà umana divenne diversa da quella animale ed il pensiero creò la linea. Poi, la mano dette ad essa la forma che non riproduceva più le figure degli animali e delle piante percepite nella veglia. Era soltanto numero perché aveva una sua forma diversa dalle altre e non c’erano più piccole linee rette che non avevano identità perché, tutte uguali, non si distinguevano l’una dall’altra. E l’identità si creò quando le lineette rette si fusero l’una con l’altra e da nove che erano, divennero un solo segno diverso da tutti gli altri. Ed il pensiero disse sempre, senza contare, la parola nove. Così il segno, che era soltanto linea, si separò dalle figure delle cose percepite che fa il ricordo della coscienza, perché era immagine inventata. E, si separò anche dalle immagini che deformando la figura umana percepita potevano essere pensate come immagini create dalla mente. Ma sono forme, i termini sono figura deformata, ovvero immagine che, cambiando, rivela la percezione. La linea, pensai, non deriva dalla percezione perché in natura non esiste. Il numero, pensai, se pur ha una forma, è molto lontano dalla parola che indica figura. Forse non è vicino alla parola immagine perché non è derivato da essa, ma è soltanto linea.
Le quattro perle intorno al rubino sono le nipotine che, quando vengono a trovarmi mi chiedono, immancabilmente, un foglio bianco per disegnare. Come se contornassero un’immagine che hanno nella mente, fanno una linea incerta che non ho mai pensato simile a quella di un vecchio cui un incipiente Parkinson fa tremare la mano. Nelle bambine l’incertezza si lega alle parole immaturità e sviluppo, nel vecchio si lega ai termini sclerosi e deterioramento. E la realtà è che l’essere umano non riesce a scrivere prima dei cinque anni di età. Ma così, se la ricerca è giunta a pensare all’invisibile della nascita umana che è attività ovvero pulsione di annullamento e vitalità che fanno la fantasia di sparizione, ancora è necessario trovare il pensiero verbale che conduca al linguaggio articolato che può scrivere i movimenti della mente dopo la nascita. Ed è conosciuto lo sviluppo della fisiologia del corpo e studiato è lo sviluppo della mente cosciente. Le modificazioni si percepiscono e si possono pensare. Ma non si sa perché l’essere umano, ormai sviluppato nel corpo e nella mente non riesce a scrivere prima dei cinque anni di età. Ed i positivisti dicono “perché il cervello non è maturo, perché non può ricordare il suono delle parole degli adulti, perché non ha la ragione”. Ed io penso “ma ripete le parole udite, ovvero le ricorda ma non riesce a guidare la mano che fa la linea della scrittura”. Ed il pensiero si volge a studiare il ricordo del leopardo che, per salire sull’albero fa, con le unghie, linee rette verticali sulla corteccia. So che le linee verticali che faceva l’antenato per contare i buoi erano diverse, anche se non era parola. E sono diverse le linee che il bambino fa per circondare un’immagine che, senza di esse, sarebbe soltanto una macchia di colore. Sono perplesso, ma presto due ragazze giungono dalla memoria senza coscienza e dicono il loro nome fatto da due parole: pensiero-immagine, pensiero verbale. Ed io so che la prima è la nascita umana ed il primo anno di vita senza parola, l’altra è la ricreazione del vagito.
Guardo i quattro termini scritti che indicano qualcosa che non si percepisce. La prima di esse, alla percezione, appare uguale nell’uno e nell’altro nome, ma so che non sono uguali. Soltanto se immagino, tra sonno e veglia, un fantasma invisibile come se non fosse esistente, quando ha vestiti diversi riesco a pensare. E penso che, forse, ho trasformato le parole in immagini. E le parole fresche d’inchiostro mi dicono, trasformando la loro umidità in molecole sparse che fanno soltanto odore: “C’è anche la trasformazione del pensiero-immagine in pensiero-parola”. Ma non mi dicono il come e il perché. E le parole, che non dicono la cosa, si formano come... ansia, tensione, anelito ma la realtà della mente è che si sono formate le immagini delle bambine che vengono, la sera, a chiedere un foglio bianco per disegnare. E vengono le parole: attesa che il movimento delle loro mani... speranza che mi spingano a comprendere perché disegnano figure e non scrivono. E il pensiero fa apparire le parole “vogliono il tempo” ed esclude i ricordi della fisiologia dei neuroni e dei dendriti. So che non è una volontà cosciente, è realtà del corpo che deve svilupparsi con una personale lentezza o velocità. E non so distinguere la mente dal corpo. Soltanto la parola sviluppo pretende il legame con la realtà biologica, forse superba e triste insieme perché non ha la parola trasformazione. Ed io penso che la parola è nascosta nel corpo e non rivela l’immagine del movimento perché non è cambiamento della materia percepibile in cui la realtà precedente diventa ricordo cosciente.
E le parole, come un torrente nato dalla montagna, compongono pensieri che ne partoriscono altri che cercano le parole per non svanire in un niente che ha soltanto il nome “non è”. Ma il nulla non c’è perché ogni pensiero è, subito, un altro ed un altro ancora. E tengo ferma, respinta lontano, la parola dissociazione perché le parole hanno, con la loro identità, un legame intimo con quelle precedenti e quelle successive. E così la parola psiche sta insieme al buio della notte, ed il pensiero è unito alla parola immagine, perché si è separato dalle parole ricordo cosciente. Ma, sempre, il nome della fanciulla che supera la pubertà per essere donna, è stato annullato dai termini freddi di mente e ragione. E so che accadde perché hanno avuto paura della parola trasformazione. Non hanno avuto la capacità mentale di pensare l’emergenza del pensiero dalla realtà biologica, perché non hanno mai concettualizzato in parole il pensiero “assolutamente nuovo che prima non c’era”. Avrebbero dovuto immaginare le parole: pulsione, annullamento, vitalità, fantasia e dare ad esse realtà umana. Forse non riuscirono a trasformare le linee rette che contavano le pecore una per una, in un segno solo che aveva movimento.
Pensai e dissi che la linea aveva in sé l’immagine invisibile della fantasia di sparizione della nascita che fa l’identità dell’essere umano senza ragione. Ed una donna, disse: “Sessanta anni di resistenza alla pulsione di annullamento, all’odio della negazione: ti ha salvato la vitalità della fantasia che non è ragione”. Ora tanti, gentili, intelligenti ed affettuosi mi dicono che non riescono ad amare lo scritto che, ogni settimana compare su left. Non è una critica razionale, è come un respingere lontano quelle righe che sembrano segni neri come tanti altri. Una giovane psichiatra disse “Dare un nome alle cose”. Ed io urlo, da tanto tempo, che non ho mai inventato né costruito parole. Ho dato ad esse un significato nuovo che chiamo senso... del rapporto interumano. E così il termine annullamento si è legato, come fratello siamese, alla parola pulsione che non aveva vita. Ma non soltanto; è perché le parole si legano l’una all’altra per fare, tenendosi per mano e disegnando un cerchio, quel ballo di migliaia di anni fa, prima della ragione romana e del cristianesimo. Perché, diverse l’una dall’altra, hanno un’anima comune che è la fantasia di sparizione della nascita che, nel silenzio, fa la vita umana. Penso alla parola ricreazione. Difficile, perché tutti hanno sempre pensato alla parola regressione... e malattia mentale. |