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Tra filosofia e critica letteraria Carrera indaga il tema della visione e dello sguardo, da Goethe a Merleau-Ponty e Calvino
Leggendo l’affascinante, a tratti impervio, saggio La consistenza della luce di Alessandro Carrera (Feltrinelli) mi veniva in mente una pagina di Romano Guardini su Dante. Il grande teologo italiano (poi germanizzato) dichiara di aver capito la luce del Paradiso dantesco soltanto dopo aver sperimentato una volta la luce (assai «consistente») dell’Engadina. Aveva cioè bisogno di un’esperienza. Non bastavano attenzione al testo e impegno ermeneutico. Ma ci tornerò dopo. Carrera, che finora ha scritto romanzi, poesie, una biografia di Dylan, etc., è forse il più acuto osservatore della società Usa, nella quale vive e insegna da anni. In questo libro però non si occupa di scrittori americani, non parte dalla luce classica e impietosamente affilata di Faulkner ma da Goethe e da Hegel, e prima ancora dalla tradizione metafisica occidentale, per arrivare a Heidegger, Merleau-Ponty e Calvino. Molte le piste e le feconde deviazioni della sua indagine. Per ragioni di spazio proverò a isolare il tema della conoscenza. Com’è che si conosce? Per Carrera la luce non coincide affatto con la verità (che non sappiamo bene dove sia…), piuttosto è un effetto della scrittura. Questa infatti fa apparire lo scuro del segno su una superficie illuminata, cattura la luce in un punto di buio. Forse allora il mondo esterno non esiste? No, esiste ma senza scrittura sarebbe opaco, informe, privo di significato. La spada di luce che Calvino, in Palomar vede sulla superficie marina si rifrange nei suoi occhi. Senza di lui non ci sarebbe. Però si tratta di una metafora che esprime una relazione. Il mondo è qualcosa di relazionale. Palomar è una «finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo»: nel suo sguardo umano prende coscienza di sé. Questa posizione viene definita «organicismo logico» e implica un’alleanza, forse illusoria, tra uomo e natura. Ora, non saprò mai se il mio gatto la vede, quella spada di luce sul mare, né se davvero il mondo ha prodotto me per potersi pensare e completare. Questione dunque oziosa, che lascerei volentieri alle estenuate variazioni di un Borges. Ma ciò che vorrei sottolineare è che comunque la lingua letteraria sempre deve vincere la resistenza che le oppone un “fuori”(un fuori-testo, il mondo senza lingua) e così la conoscenza deve a sua volta “eccedere” (espressione che l’autore ritrova nel filosofo Pierce) un limite che fatalmente si trova davanti (che è poi il non conosciuto). C’è bisogno insomma di un attrito. Altrimenti non si conosce nulla. La scrittura preme di continuo sul non scritto, tenta di dargli una forma (comunicabile) ma - fortunatamente - non ne viene mai a capo. La luce ha bisogno dell’ombra. è vero: più che il mondo in sé «c’è sempre un mondo in una particolare configurazione». Ma la cosa più avvincente è che uno riesca a produrre una configurazione in cui altri possano riconoscersi. Accennavo a Guardini: per capire la verità gelosamente racchiusa dentro la pagina di un libro (nel suo caso la Commedia) dobbiamo uscirne: c’è bisogno di aria, di una qualche relazione con il mondo di fuori. di Filippo La Porta 18 giugno 2010
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