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La fine della democrazia Stampa E-mail
Left n.24 del 18 giugno 2010Il governo attacca quotidianamente la Costituzione, il presidente della Repubblica e tutti gli organi di garanzia. Il Paese è in pericolo e ognuno di noi ha il dovere di difenderlo
di Luigi M. Lombardi Satriani

La legge sulle intercettazioni, duro colpo al diritto dei giornalisti di informare e dei cittadini di essere informati; lodi e leggi finalizzati tutti a garantire il premier dalle conseguenze giudiziarie dei suoi presumibili reati; l’accordo proposto-imposto dalla Fiat con il sorridente beneplacito di Tremonti ai sindacati e ai lavoratori, che viola palesemente diritti costituzionalmente garantiti e annulla di fatto lo Statuto dei lavoratori; l’accumulo di poteri e funzioni nelle mani di chi è stato posto al vertice della Protezione civile, con la legittimazione del sottrarsi a qualsiasi procedura e controllo, posto l’alibi dell’imprevedibilità e dell’urgenza (quando poi si è visto che tale assenza di controlli veniva applicata anche alla preparazione di eventi, quali l’anniversario dell’Unità d’Italia, che clamorosamente non potevano essere considerati né imprevedibili né urgenti); il disprezzo di uomini di governo e delle istituzioni, com’è noto eccelsi critici cinematografici e musicali, per Draquila, duro attacco alla gestione del terremoto d’Abruzzo, e per l’inno nazionale; l’insofferenza del padrone-premier per l’esistenza stessa del Parlamento, dei suoi ritmi, che gli impediscono di governare, imponendo il rispetto almeno formale delle leggi sono tra gli elementi che hanno occupato la scena pubblica e, conseguentemente, il dibattito politico e culturale.

A tutto ciò si aggiungano gli attacchi quotidiani alla Carta costituzionale, frutto perverso di una cultura cattocomunista, al presidente della Repubblica, alla Corte costituzionale, ostaggio dei “comunisti” (patologica ossessione del premier), ad altri organi costituzionali solo perché rei di disobbedienza all’unico, indiscutibile Capo (Paolo Villaggio non avrebbe saputo inventare di meglio per il suo Fantozzi schiacciato dagli incommensurabili vertici).
Per ognuno degli elementi qui richiamati quale promemoria, ci sono state opposizioni, proteste, e sono state individuate finalità specifiche e motivazioni puntuali. Spesso si è fatto riferimento al carattere dell’uomo del fare, frenato dalle leggi nel suo slancio prodigo per il bene del Paese, unico obbiettivo di questo redivivo uomo della provvidenza, quasi si trattasse soltanto della psicologia (se non della psicopatologia) e dei valori di un uomo mediocre giunto, non si comprende bene perché, a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio.

Chiunque si contrapponga radicalmente a una situazione siffatta è ritenuto reo di anti italianità, magari perché “comunista”, mentre c’è sempre qualcuno che “da sinistra” lo ammonisce che «non bisogna criminalizzarlo», altrimenti «si fa il suo giuoco». Le motivazioni di tale accigliato ammonimento non sono chiare e coerenti ma dobbiamo accontentarci della rampogna.
Sono certo importanti le contrapposizioni puntuali ai diversi provvedimenti qui richiamati, soltanto che ci siamo abituati a contrapporci all’ultima iniziativa o dichiarazione della giornata per poi ritrovarci l’indomani di fronte a una nuova  iniziativa, a una nuova esternazione. Il quadro complessivo abbiamo finito per interiorizzarlo come inevitabile, in una sorta di perverso mitridatismo che ha abituato il nostro organismo sociale ad acquisire veleni e a metabolizzarli. Soltanto che, come qualsiasi organismo vivente, anche la società e i sistemi politici che la reggono non sono indenni dai veleni, né sono immortali. Di veleno in veleno si può morire e le condizioni della nostra democrazia, divenuta a base carismatica, sembrano far pensare a una condizione preagonica.

Se si paragonano gli interventi all’Assemblea costituente e i processi politici e culturali che portarono alle altissime affermazioni tradotte nei principi costituzionali, al profilo incredibilmente basso dell’attuale premier e di quanti si professano suoi zelanti seguaci (in realtà servili sottoposti), vedremo una distanza smisurata che purtroppo consegna il nostro tempo all’angustia di prospettive e alla pochezza politica e umana.

Il pericolo che si faccia dai più tale paragone è improbabile, dato che il quadro di valori fatto interiorizzare da molti anni dal berlusconismo esclude la lettura o il pensare autonomo, avendoli di fatto sostituiti con il mero intrattenimento, ancor meglio se volgare e banalmente erotico. Più si è distratti, più si è lontani dalla possibilità dell’acquisizione di una soggettività critica. La distribuzione di panem et circenses era antica tecnica truffaldina di governo; il premier attuale non garantisce a tutti il panem ed è particolarmente prodigo, con le sue televisioni, di circenses. Il risultato è questo sopore generalizzato, questa nuova religione della superficialità e dell’egoismo. A essa la Chiesa ufficiale non si oppone adeguatamente come pur tanti cattolici vorrebbero, perché così speso irretita  dalla cura dei propri interessi privatistici e legislativi, dai propri giochi di potere.
Spesso, nel nostro amore per la democrazia, che è comunque bene irrinunciabile, abbiamo dimenticato che essa è un prodotto storico e come tale può ammalarsi e scomparire. Le sue condizioni attuali, dati gli attacchi sistematici e l’indifferenza prevalente della maggioranza dei cittadini, fanno pensare che questa democrazia possa morire del tutto. Non è sufficiente infatti l’opposizione, pur meritoria, di alcune grandi figure se a essa non si accompagni il consenso di una effettiva maggioranza civile. Nelle regioni del Sud d’Italia, nelle quali ancora persiste un’antica civiltà del cordoglio, la morte di una persona cara è accompagnata dal pianto funebre e dal altre strategie di superamento dell’evento luttuoso. Essenziale conforto ai sopravvissuti e a coloro che via via patiranno direttamente la morte prevedendo, però, quale lenimento, il compianto dei loro cari. La morte della democrazia, qui paventata, non vedrebbe, presumibilmente, una strategia del cordoglio, perché si sarebbe troppo distratti da altro, presi dalle preoccupazioni del proprio “particulare”, quasi tutti noi trasformati da cittadini in sudditi, senza che ce ne rendessimo conto.

Spero con tutte le mie forze che ciò non debba accadere. È indispensabile però sin da subito l’impegno di tutti e di ciascuno perché ognuno con i propri strumenti e nel ruolo che si trova a svolgere si opponga duramente, anche a prescindere dalle proprie posizioni ideologiche, a tale scempio. Perché la democrazia continui a vivere nel nostro Paese, in quanto oggetto di rinnovata vita nelle nostre intelligenze, nei nostri cuori.

18 giugno 2010

 
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