I grandi banchieri dei Paesi occidentali sono immersi nella melma fino al mento. Mentre si cerca un sistema che negli anni ne riduca il livello, l’imperativo è uno solo
di Carlo Freboudze Perché la crisi greca ha agitato così tanto la Banca centrale, la Merkel e addirittura il presidente Obama? A inizio giugno anche una notizia poco rilevante sul bilancio statale ungherese ha generato ondate di vendita nei mercati azionari e valutari globali. Contano davvero così tanto questi eventi marginali? Cosa c’è sotto?
Il vero male è la melma. Immaginiamo i grandi banchieri dei Paesi occidentali immersi nella melma fino a sopra il mento. Mentre si cerca un sistema che negli anni riduca il livello della melma, l’imperativo è uno: non fate l’onda. Il cuore del problema è lo stato disperato in cui versa il settore bancario in buona parte del mondo occidentale. I casi più eclatanti sono Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda, Spagna e in parte Portogallo e Grecia. L’Italia è lambita solo marginalmente. La situazione è semplice: le perdite della crisi finanziaria sono troppo grosse per essere assorbite. Per la parte già emersa, il mercato non ha potuto supplire con denaro fresco, è stato necessario denaro pubblico, sotto varie forme, solo per mantenere in vita le banche, per consentire il regolare svolgimento dell’attività economica (si pensi al sistema dei pagamenti, del tutto in mano alle banche) e per evitare licenziamenti di massa di centinaia di migliaia di persone del settore con conseguente ulteriore depressione dell’economia. Scopo più importante sarebbe quello di riavviare l’attività bancaria, che dovrebbe consistere soprattutto nel rendere il credito disponibile a imprese e privati ma questa sembra solo una pia illusione. Questa strada è stata presa, forse a ragione, per evitare una crisi molto più profonda. Ci sono però due complicazioni.
Primo, il costosissimo salvataggio. I profitti delle banche negli ultimi due decenni sono stati esorbitanti, sproporzionati. Ma oggi a pagare il conto non è chi ha incassato quei profitti, le perdite si trasferiscono sul denaro pubblico. Così è in corso un trasferimento del debito, dal settore privato (perlopiù bancario) al settore pubblico: dopo aver privatizzato i profitti, si rendono pubbliche le perdite. Ciò purtroppo avviene nel momento sbagliato: in un rallentamento economico come l’attuale, i bilanci statali si deteriorano sempre. Per le minori tasse incassate e per l’aumento delle spese di sostegno all’economia reale. Oggi l’effetto combinato del salvataggio delle banche e della crisi economica spinge i deficit statali annui che crescono in alcuni Paesi di oltre il 10 per cento annuo del Pil. Il cumulo del debito pubblico vola al 100 per cento, e oltre, del Pil per Paesi un tempo virtuosi, sotto il 40 per cento. Fenomeni visti nel secolo scorso solo in tempi di guerra. left dal 2008 tratta di un rischio prospettico grave per Stati Uniti e Inghilterra.
Secondo, un settore finanziario devastato da perdite astronomiche e tecnicamente fallito può fare finta che la situazione sia sotto controllo ma la realtà è nota: molte banche con capitale 100 hanno investito per 5.000 (presi a prestito), poi su questi investimenti hanno perso 200, per cui il capitale è bruciato e in più mancano 100 all’appello. Per non portare i bilanci in tribunale, solo una percentuale delle perdite subite è stata rivelata. Spesso il punto è la valorizzazione di investimenti iscritti all’attivo. In Inghilterra si sono nazionalizzate banche, anche negli Usa si sono prese misure simili, fusioni e salvataggi sono stati decisi a tavolino durante i weekend tra consigli d’amministrazione e funzionari statali, altro che liberismo. La Bce (la Banca centrale europea) ha prestato e continua a prestare miliardi di euro, in quantità illimitata, a qualsiasi banca ne faccia richiesta. Così almeno le banche sopravvivono, tappando i buchi più urgenti e tirando avanti. Siamo in questo regime da quasi due anni. L’ossigeno fornito gratuitamente dall’autorità monetaria continua a essere imprescindibile, senza di esso il castello di carte cadrebbe in un istante.
Questo è il vero male, le banche hanno ancora bisogno di tanti miliardi, per sopravvivere nella quotidianità non possono camminare con le loro gambe. Sono piene di crediti di scarsa qualità. Il mercato monetario è tornato in tensione da settimane. Negli ultimi mesi, con la fanfara di un’economia in miglioramento la Bce ha annunciato che non avrebbe più fatto prestiti a un anno, ritenendo cessata l’emergenza. Ma le banche esitano a prestarsi soldi l’un l’altra. Si guarda con preoccupazione alla data del 30 giugno, in cui scade l’ultimo prestito annuale offerto dalla Bce un anno fa e le banche dovranno restituire 442 miliardi di euro alla Banca centrale europea. Le tensioni sono montate a tal punto che la Bce ha dovuto garantire pubblicamente che a fine giugno concederà nuovi prestiti per quantità di nuovo illimitate di denaro, a scadenza inferiore, per non lasciare nessuno in difficoltà. Praticamente una bandiera bianca. Un’ammissione dell’impossibilità di riprendersi un solo euro di tutti i miliardi prestati, altro che percorso di normalizzazione. Così si apprende dalla stampa in questi giorni che molti istituti di non primaria importanza, o coinvolti nell’immobiliare più di altri, da settimane non riescono più a ottenere fondi sul mercato interbancario e hanno la Bce come unico fornitore di denaro. Si veda left del 12 settembre 2008: “Ma i soldi non ce li ridate”, già allora sui presunti “prestiti” Bce che non rientrano mai.
Cosa fanno oggi le banche per avere un futuro, una seria e concreta possibilità di sopravvivenza? Possono solo sperare di uscire dalla loro grave situazione lentamente. Facendo profitti ogni anno, e destinandone una parte a smaltire le perdite passate. Se tutto va bene, in una decina d’anni possono ritornare alla normalità. Però i guadagni della finanza spericolata dell’ultimo ventennio non sono più possibili, c’è bisogno di trovare fonti sicure di profitto, e che nel frattempo nessuno muova la melma. Negli Stati Uniti il trucco è stato trovato in fretta: la Banca centrale presta alle banche miliardi e miliardi a un tasso prossimo allo zero per cento. Le banche con quei soldi prestati comprano titoli di Stato che rendevano oltre il 4 per cento annuo, oggi il 3,5 per cento. Se si ottengono in prestito molti miliardi, il giochetto porta nelle casse un sacco di soldi ogni anno. È il cittadino che paga le tasse a regalare la differenza tra lo zero e il 4 per cento alla stessa controparte, le banche, per non far saltare il sistema. In Europa è stata adottata una variante di questo giochetto. Lo scopo resta sempre lo stesso: offrire alle banche un modo sicuro per creare profitti che ripaghino le perdite passate. Dunque con il denaro illimitato prestato dalla Bce all’1 per cento, nessuna banca si è sognata di prestare denaro a imprese o cittadini, come dicono i testi di economia e come ancora oggi si illudono i commentatori, le autorità e i media. Il denaro non arriva all’economia reale. In condizioni normali, una montagna di liquidità a basso prezzo prestata alle banche facilita la ripresa economica perché imprese e cittadini prendono in prestito a condizioni migliori per investimenti e consumi e l’economia cresce a un ritmo più robusto, la disoccupazione scende e il reddito aggregato sale. Ma stavolta la catena di trasmissione si è inceppata al primo passaggio. Le banche in realtà non hanno potuto rischiare in investimenti non sicuri. Quindi hanno comprato titoli obbligazionari, soprattutto titoli di Stato, con rendimento maggiore dell’1 per cento a cui si finanziavano, per lucrare la differenza, e non hanno prestato nulla a nessuno, se non sporadicamente solo alle grandi imprese. Tutto il denaro è rimasto nei forzieri, o depositato presso la Bce stessa o investito in questi titoli obbligazionari. Lo scopo è di destinare i profitti a ricoprire le perdite passate per ripianarne buona parte nell’arco di dieci anni (almeno).
Chi ha fatto l’onda? Il recupero delle obbligazioni più a rischio, dal marzo 2009 al marzo 2010, è stato fin troppo brusco. Titoli crollati da un prezzo di 100 nel 2007 a 30, o 20 a inizio 2009, sono risaliti oggi fino a un prezzo di 85 o 90, alcuni 95. Passati da un estremo all’altro, ora si possono considerare sopravvalutati, soprattutto quelli emessi da banche.
Se questi titoli smettono di salire i possessori ridiventano molto nervosi, ma ormai ciò vale anche per i titoli di Stato. Centinaia di miliardi in titoli di Stato euro sono nella pancia delle banche europee, comprati con i soldi prestati dalla Bce all’1 per cento. Finché i titoli greci hanno reso il 4 per cento, tutto è andato bene per tutti. Quando nel 2010 i prezzi dei titoli greci, e di altri di peggiore qualità, hanno cominciato a scendere e poi crollare, qualcosa nei bilanci delle banche ha scricchiolato. Il gioco che doveva riportare profitti per colmare le perdite passate ha cominciato a generare esso stesso perdite. Panico. Così è nato il grande piano di salvataggio europeo messo a punto dai leader in un weekend di maggio. Anche sul Financial Times è stato scritto che il salvataggio della Grecia con soldi pubblici europei non è stato altro che il salvataggio delle banche europee, francesi, tedesche eccetera. Un rapporto Bis (Banca internazionale dei regolamenti) del 14 giugno conferma che la quantità di titoli di Stato greci, portoghesi, spagnoli e irlandesi posseduti a fine 2009 da banche francesi è pari a 493 miliardi, mentre 465 miliardi sono nelle mani delle banche tedesche. La Banca centrale europea di Francoforte, da sempre percepita come la continuazione diretta della Bundesbank, ha dovuto cedere e si è vista costretta a intervenire sul mercato dei titoli di Stato per comprare obbligazioni in caduta libera e sostenerne il prezzo. Una rivoluzione. Un atto non previsto dal suo statuto, mai avvenuto.
La chiave di tutto sono i bilanci delle banche che non possono permettersi nuove perdite, e l’effetto che potrebbero avere sui bilanci statali. Il mercato non penalizza i Paesi con il rapporto debito/Pil più alto ma quelli in cui una crisi bancaria spingerebbe quel rapporto a livelli poco sostenibili.
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18 giugno 2010
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