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Se la città è il mio volto Stampa E-mail
Sulle orme di Benjamin e Walser. E Luigi Fontanella inventa la toponomastica autobiografica

Luigi Fontanella, studioso e docente di Letteratura negli Stati Uniti, con Controfigura (Marsilio) prende le mosse dal “classico” letterario del manoscritto ritrovato. Soltanto che stavolta ha ritrovato un  testo di se stesso quaranta  anni prima, e si tratta di un progetto di romanzo: un’idea narrativa centrale e la corrispondente scaletta. Ora, da adulto, e con diversa visione dell’esistenza, intende eseguire e completare quel progetto giovanile. Così il racconto personale di una lunga passeggiata romana non può che tingersi di una tinta malinconica, crepuscolare. Il libro non è propriamente (o solo) un romanzo e anzi ci sfida a classificarlo. La lingua resta probabilmente quella di un saggista, diaristico-argomentativa, anche se si scioglie qui e là dentro momenti lirici abbaglianti (e poi i daloghi hanno un singolare effetto di realtà). Potremmo dire che inaugura un genere letterario: la toponomastica autobiografica. Le vie e le piazze di Roma sono citate infatti con incantata precisione. Come nel primo episodio di Caro diario di Moretti, anche qui la contemplazione stupefatta del paesaggio urbano è come un guardare per l’ultima volta.

La sua è una dichiarazione d’amore verso Roma, verso la giovinezza, verso tutto ciò che inesorabilmente dilegua o, per usare una parola dantesca, verso tutto ciò che si “dissigilla”. Non del tutto incidentalmente viene in mente Dante, se si pensa che perfino un autore come lui, imbevuto di teologia medievale e metafisica aristotelica, aveva un senso così struggente dello svanire di ogni cosa, come la sentenza di Sibilla che nel Paradiso si perdeva al vento «ne le foglie lievi». L’invenzione del manoscritto permette all’autore di essere se stesso ma attraverso un altro (che si chiama Lucio, omaggio all’Asino d’oro di Apuleio) che è poi lui stesso 40 anni prima: nel suo girovagare di flaneur metropolitano ispirato a Walser e Benjamin, la costruzione dell’identità è spiazzante e insieme nitida. Nume tutelare è poi Landolfi, dandy funereo e letterato eccentrico, che amava Roma città-palcoscenico, così consustanziale al “teatro”del proprio stesso stile. Anche attraverso la sua suggestione, tutto il libro è come ripiegato sulla “vita riflessa” (ad esempio quella delle feste adolescenziali), fantasma ed equivalente letterario di una vita autentica, che però forse non c’è mai stata! Alle sei del pomeriggio «Roma ha la luce più bella e cedevole, l’ora enigmatica che amava tanto De Chirico». Mi colpisce l’uso dell’aggettivo «cedevole», che interpreta con esattezza immaginativa l’anima della città eterna: generosa, franante ma dotata di una sua stregante vitalità, poiché tutto vi muore ma non smette mai di morire… La pagina finale ha un’eloquenza quasi impudica e, aggiungo, del tutto controcorrente. L’autore ci dichiara esplicitamente l’“amore tenace” che lo lega a questo mondo, alla «straziante bellezza di tutto il creato». L’espressione viene da Pasolini, dal cortometraggio Cosa sono le nuvole, con Totò e Ninetto. E Pasolini è lo scrittore che meglio di chiunque altro ha capito Roma, rispecchiandosi nella sua «disperata vitalità».

di Filippo La Porta

11 giugno 2010

 
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