Il padre dei miei figli allude alla storia vera del francese Humbert Balsam
Non esiste un solo modo di amare i film. Lasciamo perdere i critici, che li giudicano dal di fuori. Ma quelli che vi lavorano? Trattandosi di un’opera collettiva, va a finire che ciascuno reagisce secondo il proprio incarico e il proprio specifico interesse. La riuscita di una pellicola dipende da una quantità di elementi, la responsabilità dei quali non può attribuirsi a una sola persona. Il produttore, anche se s’innamora del progetto che ha messo in cantiere, non può superare il budget stabilito nel preventivo. Dal suo canto, il regista deve conciliare le proprie ambizioni col budget. Se non riesce a trovare un’intesa, la lavorazione del film parte con il piede sbagliato e rischia di lasciare qualche vittima lungo il percorso. Fu il caso di Humbert Balsam, tipico cinefilo travestito da produttore, che amava spaziare oltre i confini francesi ed europei per valorizzare cineasti di altri continenti, quali l’egiziano Youssef Chahins, il palestinese Elia Suleiman, il marocchino Ismael Farroukhi. L’uomo ebbe però la sventura d’inciampare sull’ungherese Béla Tarr, il quale, viziato dal “socialismo reale”, che concedeva tutto ai suoi registi pur di fare bella figura all’estero, lo impelagò in un progetto così costoso da mandarlo fallito. Dopo aver inutilmente tentato tutte le vie per portare a termine la lavorazione del film, oberato dai debiti, si tolse la vita, lasciando alla moglie l’ingrato compito di liquidare la società. Il film, sia detto per inciso, s’intitolava L’homme de Londres, ed era tratto da un romanzo di Simenon. Fu presentato nel 2008 a Cannes, venne fischiato dal pubblico ma mandò in visibilio Cahiers e Positif, le due più autorevoli riviste d’oltralpe. Di solito i film sul cinema non riescono bene. Ma Il padre dei miei figli è una delle eccezioni alla regola. Fa onore alla migliore tradizione post nouvelle vague, trovando per giunta la geniale soluzione di tradurre i “tempi morti” della vicenda, prima del moto perpetuo del protagonista, alla vana ricerca di risolvere i gravosi problemi economici che lo assillano, poi nella sobria descrizione del dolore dei suoi familiari. di Callisto Cosulich 11 giugno 2010
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