Il beckettiano Finale di partita, regia di Massimo Castri, con i bravissimi Vittorio Franceschi e Milutin Dapcevic
Si spera sempre. Si spera sempre che finalmente questa sera la rappresentazione rivelerà il vero significato del dramma di Beckett Finale di partita. Rappresenta la tragedia della condizione umana; oppure rievoca autobiograficamente il rapporto fra Samuel e James (Joyce) ma in una proiezione enorme ed escatologica; magari esprime drammaturgicamente le fasi ultime di una partita di scacchi, gioco nel quale Beckett era ferrato; o ancora cela un monodramma a quattro personaggi. Definisce gli stati di profonda depressione e ne descrive i sintomi, il senso di di indifferenza, di disperazione e prostrazione? Costituisce una ricerca sul significato della realtà e del tempo? Forse è la descrizione del mondo dopo l’olocausto nucleare. Scrisse un tentativo di interpretazione persino Theodor Adorno, Trying to Understand Endgame.
Nessun regista è mai riuscito a svelare il mistero. I più bravi si sono saggiamente contentati di metterlo in scena, questo mistero, come Massimo Castri - alla sua prima volta con l’autore irlandese - che ha allestito Finale di partita all’India di Roma, usando l’ottima traduzione dell’originale francese (la versione inglese, dello stesso Beckett, è leggermente diversa) di Carlo Fruttero. Hamm, vecchio, cieco, paralizzato, vive su una sedia a rotelle. Clov invece non può sedersi. Nagg e Nell, genitori di Hamm, sono senza gambe e stanno in due bidoni della spazzatura. La stanza è spoglia, una finestrella è rivolta verso il mare, una seconda verso la campagna. Fuori non c’è nulla, il mondo è morto, i quattro personaggi sono probabilmente gli ultimi sopravvissuti di una catastrofe, i viveri stanno per finire. Clov sostituisce gli occhi, i sensi, le gambe, il corpo di Hamm ed esegue senza sapere perché tutti gli ordini del vecchio. Dice che vuole partire ma non se ne va. L’atto unico è privo di storia ma non di azione. Una specie di piccolo globo immobile nello spazio e nel tempo ma che si muove. È una tragedia del “ma”, quando in genere le tragedie sono drammi del “se”: cosa succederà se...
Quindi Finale di partita è una pièce bloccata, non può andare da nessuna parte, non può avere nessun epilogo, non incomincia da nessun punto, non esprime nulla se non se stessa, Notizie da nessun luogo. Ricorda questi versi di Valéry Larbaud: Et où que j’aille, dans l’univers entier, / Je rencontre toujours, / hors de moi comme en moi, / L’irremplissable Vide, / L’inconquérable Rien (E dove io vada nell’universo intero, Incontro sempre, Fuori di me come in me, L’incolmabile Vuoto, L’inconquistabile Niente). Castri, che non offre spiegazioni, cerca però di battersi contro tutto questo e contro lo stesso Beckett volendo al contempo rispettarlo. Ed è questa lotta del regista per una sorta di sua emancipazione dall’assenza dell’autore (esiste un modo di non esserci ben più autoritario della presenza, in politica come nelle relazioni interpersonali) a costituire una sorta di secondo spettacolo: la mosca nel vuoto chiuso del bicchiere rovesciato. Combattimento e angoscia sostanziati da due attori bravissimi, Vittorio Franceschi (Hamm), certamente uno dei migliori in Italia, e Milutin Dapcevic (Clov), che disperatamente recitano con moti di dissenso per il nonsenso dei loro personaggi, e ribaditi da una variazione significativa della regia: quando Clov apre la finestra, invece degli echi di un mondo morto, si sentono risate di bambini. La scelta è profondamente antibeckettiana perché consolatoria, quindi non umoristica: «Non c’è niente di più comico dell’infelicità», osserva Nell. E la vera infelicità è assoluta, senza scampo. Comunque non c’è niente da fare, l’inesorabilità di Beckett è pari a quella di Shakespeare. Si va solo dove dice lui, verso la consapevolezza, come bambini riottosi trascinati dal padre lontano da ogni consolazione. Nagg e Nell sono Antonio Giuseppe Peligra e Diana Hobel. di Marcantonio Lucidi 11 giugno 2010
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