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Parole come tasso di interesse e prezzi non sono più l’emblema dell’equilibrio del mercato ma il frutto di decisioni politiche. Ecco perché il vecchio liberismo è morto. Ma a guadagnarci sono solo le banche
di Carlo Freboudze Nel libero mercato il prezzo è il fulcro del sistema, il dato più prezioso, capace di riassumere tutte le informazioni disponibili ed esprimere l’equilibrio tra domanda e offerta. Se per esempio c’è una buona notizia su un titolo, gli acquirenti spingeranno il prezzo al rialzo, e il nuovo prezzo esprimerà il nuovo equilibrio. Per questo il libero mercato, specialmente nella finanza si basa sull’“efficienza del prezzo”.
Per lunghi decenni sui mercati finanziari si sono comprati e venduti titoli sulla base di analisi e di stime dei parametri economici delle società e degli Stati. Cosa è rimasto oggi di quel mondo? Ben poco. Molti prezzi non sono più il risultato di domanda e offerta in un libero mercato ma sono stabiliti a livello politico. La teoria e i modelli finanziari non servono più in un mercato stravolto, controllato dai governi e dalle banche centrali. Il colmo è che ciò avviene soprattutto nei Paesi anglosassoni.
Si tratta della negazione del concetto di economia capitalistica, di libero scambio, un annullamento del valore informativo dei prezzi. È una situazione che inglesi e statunitensi hanno sempre denunciato negli altri Paesi, definendola inefficiente e medievale. Oggi che ogni atto delle autorità economiche anglosassoni nega il principio stesso dell’economia di mercato, che li ha condotti al tracollo, nessuno fa notare la contraddizione. Anzi ci si propone di proseguire il gioco con qualche piccolo aggiustamento marginale.
Prendiamo il tasso d’interesse per i mutui ipotecari negli Usa: un tempo era una delle più importanti indicazioni delle condizioni del mercato immobiliare e dei prestiti ipotecari. Il settore edilizio è una colonna dell’economia statunitense. Per questo il tasso dei mutui è sempre stato un potente indicatore. Sulla base del suo livello, molti altri mercati trovavano un loro equilibrio. Esprimeva le condizioni correnti dell’economia, la possibilità di sviluppo futuro, le previsioni dei consumatori, che sono il fulcro dell’economia Usa e - fino a qualche tempo fa - di quella globale. Il livello del tasso d’interesse sui mutui influiva sulle decisioni d’investimento nel settore immobiliare e di conseguenza sul ritmo di crescita economica della nazione. Oggi il tasso su mutui negli Usa non può salire. Perché una crescita causerebbe un ulteriore aggravio sui cittadini già troppo indebitati, un aumento delle insolvenze, un peggioramento dei bilanci di un settore bancario che ancora annaspa sepolto dalle perdite della crisi del 2008. Per questo la Federal reserve ha preso misure eccezionali e senza precedenti, addirittura comprando negli ultimi mesi centinaia di miliardi di titoli garantiti dai mutui, allo scopo di sostenerne i prezzi (nessuno desiderava comprarli, visto il livello delle insolvenze), e impedire rialzi dei tassi d’interesse (il tasso d’interesse sale allo scendere del prezzo). Il risultato è stato che i prezzi dei titoli garantiti dai mutui sono rimasti alti, dunque il tasso d’interesse non è salito, il disastro per ora è stato scongiurato. Oggi quei titoli valgono 100 e rendono 5 ma senza l’intervento statale probabilmente varrebbero 80 o 70 e renderebbero il 7 o l’8 per cento.
Ma chi comprerebbe oggi uno di quei titoli ai prezzi correnti, come investimento personale? Nessuno, sapendo che l’equilibrio di mercato è drogato da un singolo compratore che ha distorto i prezzi per motivi che non hanno nulla a che fare con il libero mercato. Questo tipo di azioni è sempre stato proprio delle economie stataliste con poco mercato, dove le autorità centrali stabilivano tutto, compresi i tassi d’interesse, con buona pace della legge della domanda e dell’offerta. Oggi alla Federal reserve stanno discutendo se, migliorate apparentemente le condizioni economiche, sia il caso di cominciare a vendere una parte di quei titoli. Naturalmente per ora sarebbe impossibile, una pressione farebbe scendere il prezzo, causando un peggioramento delle condizioni economiche di famiglie e settore finanziario, due soggetti ancora in ginocchio dopo la recente crisi. Un colpo di grazia.
Intanto i tassi a breve termine per le banche sono mantenuti dalla Federal reserve allo zero per cento. C’è qualcosa che ancora assomiglia vagamente a un mercato libero in tutto ciò? Ben poco, nulla. Si aiuta il settore bancario a recuperare le perdite. La Banca centrale mette a disposizione delle banche centinaia di miliardi in prestito a tasso zero, con i quali gli istituti comprano obbligazioni statali che rendono il 3 o 4 per cento. Così negli anni ripianeranno le loro perdite. A spese di chi? Del cittadino che paga le tasse, che presta allo zero per cento alle banche e poi ripaga il 4 di interessi per farsi ridare gli stessi soldi (titoli di Stato). Una barzelletta. Si stanno finanziando gratuitamente, a spese dei cittadini, i bilanci bancari sepolti dalle perdite.
Dopo il tracollo dei mercati finanziari del 2008, incuranti del fatto che l’epicentro della crisi, e delle perdite, sia nel settore bancario, gli investitori, specie quelli al dettaglio, continuano a dimostrare appetito per i titoli obbligazionari (di debito) emessi da banche e società finanziarie. Il motivo di questo appetito è presto detto: i rendimenti sono maggiori rispetto a investimenti più sicuri (come per esempio alcuni titoli di Stato). Durante la crisi del 2008 e nel 2009 molte banche sono andate a gambe all’aria. In alcuni casi è stata necessaria una vera e propria nazionalizzazione, come per le principali banche inglesi; in molti altri casi si è ricorso a uno strumento simile nella sostanza ma diverso nella forma: negli Usa si è offerto ogni tipo di sostegno alle banche, con denaro pubblico. Oggi questi emittenti sono considerati talmente rischiosi dai mercati che devono pagare tassi d’interesse più alti per attrarre persone disposte a prestare loro i propri soldi.
Negli anni precedenti alla crisi le banche, con capitale 100, hanno investito somme pari a tremila o cinquemila in attività anche molto rischiose. Con il crollo dei mercati le perdite hanno superato il valore del capitale. In un’economia capitalistica la strada sarebbe stata segnata: crisi di liquidità, insolvenza, fallimento. La possibilità di far saltare chi non è efficiente è un elemento essenziale alla dinamica dell’economia capitalistica, la chiave di volta per la sua efficienza. Le prospettive di una politica simile erano però troppo nere per essere accettate. Si è ridotto il costo sociale della crisi ricorrendo al minore dei mali: sostenere tutto artificialmente. Ma se una banca ha più perdite che capitali, che valore si può dare a un suo titolo di debito? La prima naturale risposta è: zero. Allora perché tutti le cercano, tutti le vogliono? Perché si sa che gli Stati interverranno sempre a sostenerle?
L’amara considerazione è che la valutazione di questi titoli non dipende più da fattori economici. Una volta si osservavano le prospettive di profitto, le attività che svolgevano, l’attivo e i debiti. Oggi tutto ciò non conta più, l’analisi verte solo sulla volontà politica. L’analista finanziario è disarmato, gli strumenti di analisi che utilizzava non spiegano i fattori politici, che l’obbligazione rimborsi a 100 alla scadenza o che la società fallisca prima dipende solo da questioni politiche. Si svuotano di significato parole come mercato e prezzi.
Nella realtà nulla è più rimasto di quanto fu per decenni il vanto delle economie capitalistiche, i rimasugli sono solo nelle belle parole dei media che tentano disperatamente di convincerci che è “tutto come prima”. La realtà è che un modello è fallito, e nulla sarà più come prima. 11 giugno 2010
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