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Natura ed essere umano Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

L'estate albeggiava dopo una primavera assente. Il sole, superbo per essere giunto in alto nel cielo, stava diventando minaccioso con i suoi raggi che ti gettavano addosso una luce ed un calore eccessivi. Sembrava immobile ma poi, la sera mi chiedevo perché si era spostato nello spazio ed era andato vicino alla linea dell’orizzonte dietro al quale, spariva piano piano dopo essere diventato rosso. Ed un giorno qualcuno, che non ricordo, mi disse che il sole era sempre fermo, era la terra che girava intorno ad esso. Ed io pensai che la percezione delle cose che faceva il pensiero: “Il sole è immobile” non era valida. Era giusta la logica che diceva “se si è spostato dallo zenith all’orizzonte si è mosso”. Ma, poi, la stessa logica mi disse “ma allora la percezione della immobilità del sole è giusta ed il pensiero è valido”. Ma poi, ancora, la mente non riusciva a dormire. Venivano più parole che componevano la domanda che era una risposta. “La percezione è esatta, ma il pensiero derivante da essa, non è valido”. E la memoria mi pone davanti agli occhi i volti perplessi di coloro che, avendomi raccontato un sogno, ricevono ed ascoltano l’interpretazione. E la zona acustica e visiva del cervello, insieme, ricreano la voce dell’adolescente che, pigolando, diceva “mi si sono intrecciate le linee della testa”. Ricordo che avevo parlato troppo a lungo, senza rapporto con la realtà della ragazza con cui avevo una storia d’amore che così finiva con la tristezza di chi non sa il perché.
Con le ginocchia piegate su me stesso avvicino la mano destra al torrente in cui l’acqua, urtando sui grossi sassi, fa delle piccole onde che vedo come fiotti di sangue che escono da una ferita aperta come fossero i respiri affannati di chi sta perdendo la vita. Non è un sogno. L’acqua scorre tra le dita… e torna il ricordo delle parole del Faust e la memoria del movimento passionale che mi prendeva quando le leggevo. “Cosa vuoi tu darmi povero diavolo? Lo spirito dell’uomo nella sua sublime ricerca potrà mai essere compreso da un par tuo?… hai tu l’oro rosso che fugge tra le dita come l’argento vivo, il gioco in cui non si vince mai…”. Ora vedo bene il nome dell’immagine invisibile: la ricerca impossibile. Penso il perché e leggo Goethe a modo mio trovando che il “non posso” è divieto e non incapacità. “Quel minuscolo «re del creato»… vivrebbe un po’ meglio se tu non gli avessi dato un riflesso della luce divina. La chiama ragione, ma se ne serve per vivere più bestialmente di tutte le bestie”. Era finito quel tempo che chiamano con il numero 1700 ed il secolo successivo, 1800, iniziò con la terribile parola: das Unbewusste. Ed io non so se, dopo centocinquanta anni, avendo compreso senza rendermi conto, ciò che diceva Goethe, sfidai il divieto, derivato dalla religione cristiana, a fare ricerca su ciò che chiamavano… Inconscio? Es? o inconscio rimosso? L’inconoscibile? L’animalità umana? O l’anima spirituale che è oggetto di fede religiosa e che la ragione non può conoscere.

Vaghe memorie senza ricordo, che sembrano impressioni personali che non hanno un rapporto certo con la realtà materiale, dicono che la parola inconscio venne pronunciata sempre più frequentemente negli ultimi decenni. Forse da quaranta anni, forse dagli anni Sessanta nei moti di rivolta, forse con l’anelito alla libertà che fu la caratteristica del ’68. Ma poi, pensando, viene il ricordo di Janet che preferiva chiamare questa realtà misteriosa fuori della coscienza, subconscio. Freud si oppose perché voleva la particella in davanti al termine che indicava il pensiero cosciente. Il termine subconscio indica, palesemente, un’idea spaziale della mente umana perché intende un sotto e, rispettivamente, che la coscienza è sopra. L’in di Freud allude e dice che la realtà del pensiero senza coscienza è inconoscibile perché non è materia. È il ricordo cosciente, che può essere dimenticato e ricordato, che si lega alla realtà materiale e va definito inconscio rimosso. Ovvero portato in altro luogo, fuori della coscienza che sarebbe uno spazio, da cui si può togliere una cosa per portarla in un altro spazio non conosciuto. L’inconscio propriamente detto è l’Es, un terzo pronome singolare che può indicare soltanto una esistenza oscura, non familiare, perturbante: Unheimlich. Sentii ed intuii che non era la verità della realtà del pensiero umano. Cominciai a pensare che, in quanto pensiero della coscienza era menzogna. E se fosse stata una reazione non cosciente di fronte alla realtà del pensiero sconosciuto era… ormai era nata la passione ed era aperta la strada che voleva conoscere il significato e (o) il senso della parola: negazione. Fu chiaro che vidi subito che non era il deformare una realtà umana, alterando la forma di essa che non mostrava più la verità. Evidentemente sapevo leggere la realtà onirica come formazione delle immagini che non erano trasformazione della percezione e del rapporto, ma deformazione. “Non è ciò che è”.

Sembra si sia calmata l’ondata di freddo fuori stagione che ha investito, dalla Francia, l’intellettualità. Salvo il Corriere della sera, in Italia ha avuto poca risonanza nella stampa. Soltanto Rai3, nella notte di lunedì 24 maggio ha riesumato, stranamente, un documentario su Freud di quaranta anni fa. Cercavano di dire cosa fosse la psicoanalisi e il transfert, ma ho sentito che riassumevano banalità di colloquio con il paziente. Erano consigli ed esami di realtà e dicevano sempre che il rapporto di odio e amore con l’analista era la ripetizione del rapporto infantile con il padre.
Su la Repubblica ho letto delle righe che sembravano interessanti. Ma poi… “non sognamo solo di notte, sognamo anche da svegli”. Ed io ricordavo il congresso all’Università di Napoli del 1996 in cui si parlò del presidente Schreber e della Metamorfosi: Gregorio Samsa. E vengono le mie affermazioni: nella veglia non c’è sogno. Il sogno è pensiero del sonno perché sparisce la coscienza, il comportamento, il linguaggio articolato. C’è una trasformazione. Mi domando se hanno orecchiato la bella definizione di “immagine inconscia non onirica” che dicemmo tanti anni fa. è degli artisti e dei poeti. E così, non sono riuscito a leggere bene le righe: “Una perdita provvisoria di contatto con la realtà può essere preziosa”… La rêverie non è perdita di contatto con la realtà perché sarebbe malattia; ed è grave non distinguere la fantasia e l’arte dalla malattia. Ma ormai era svanita la serenità della frase iniziale: “Ferro non rappresenta «la» psicoanalisi (che al singolare non esiste più)”.

Comparvero le parole dell’ultima domanda… incomprensibili. “La dimensione postumana…”. Hanno sempre pensato che l’inconscio, l’Es, è anima spirituale. Das Unbewusste. E la psicoanalisi è stata sempre e soltanto tentativo per ricordare ciò che un tempo fu cosciente. E venne, nella risposta, il colpo finale “catastrofi, guerre, sterminii, bestie feroci… ma noi sogniamo come prima: i sogni della signora Sarkozy saranno simili a quelli di Cleopatra: cambia il linguaggio. E quando ci innamoriamo perdiamo la testa non come un secolo fa, ma come seimila anni fa. E quando un figlio muore abbiamo le stesse angosce del padre di Patroclo…” (?). Forse voleva dire di Ettore! Tristemente la “psicoanalisi” esiste ancora perché è l’idea dell’immutabilità del destino umano. Ed è Heidegger ed è Binswanger. Non sono riusciti ad avere rapporto con una realtà non materiale che non è anima spirituale ma pensiero umano. Ma non hanno scoperto che la realtà della mente non si modifica se è paralizzata dalla anaffettività e dalla negazione degli altri esseri umani. E, consolandomi, penso alla parola Vorstellungsvermögen, la capacità di immaginare che è il pensiero umano che emerge dalla realtà biologica.

La percezione del sole fa pensare che è fermo nel cielo. Poi la logica della coscienza distrugge la sensibilità che fa vedere, nella percezione, l’invisibile immobilità. È un concetto che non è legato alla parola spazio perché il termine movimento non parla dello spostamento di un corpo nello spazio. Colsi l’invisibile che sta nella parola tempo tanti anni fa perché, all’udire i sogni del paziente segnai la paroletta «poi» perché rivelatrice di qualcosa che non era mai stato pensato. La possibilità di pensare il pensiero senza coscienza e non cadere nella percezione delirante di “vedere” una spiritualità che, nell’uomo, non è mai esistita essendo, in verità, negazione della realtà biologica umana. Forse, trentacinque anni fa vidi, nelle persone che fecero un gruppo che era palesemente malato, un movimento. E lasciai passare il tempo. E l’oro rosso, che era sangue, correva tra le dita che avevano scritto “quando si può effettivamente curare”, divenne oro, perché la carica libidica originaria si trasformò in qualcosa di indefinibile che chiamai vitalità. La parola Esserci si trasformò in essere… esseri umani. Anni fa, sinceri e leali, mi dissero “non ho capito nulla, ma sto bene”. Tra un mese ci separeremo perché ciascuno possa realizzare la propria identità diversa dagli altri. Poi... tornerò ad aprire le porte...

 
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