Metà degli studenti iscritti a scuole religiose. I parlamentari che invocano l’«intervento divino». La festa davanti all’ambasciata turca dopo la notte di sangue. Ben Gurion cosa avrebbe detto? di Annalena Di Giovanni
Ben Gurion l’avrebbe trascinato via per i capelli. Lo faceva coi parlamentari che invece di parlare ebraico parlavano yiddish - una lingua da perdenti mitteleuropei, secondo il padre d’Israele, da nostalgici. E da religiosi. Lo avrebbe fatto anche col parlamentare Moshe Gafni, della commissione finanziaria della Knesset, quando di fronte al ministero del Lavoro e dell’Industria ha parlato di “intervento divino” per spiegare che in Israele, al contrario del resto del mondo la recessione non ci sarà. Del resto Ben Gurion è morto da decenni e se fosse stato vivo oggi, forse, prima di protestare per la battuta religiosa nel Paese che voleva laico, si sarebbe messo le mani nei capelli per ben altro. Ad esempio per aver sentito il ministro dell’Economia proporre di combattere la recessione aumentando le spese statali per raggiungere un deficit, entro l’anno prossimo, pari al 78 per cento del Pil. Perché non solo in Israele non c’è un piano per la pace. Non c’è proprio un piano per il Paese. Però c’è l’intervento divino.
La sensazione è che la “Terra di Latte e Miele” sia in preda a una sindrome di isolamento. Non tanto dalla comunità internazionale ma, molto più semplicemente, dalla realtà. Come dimostra la crescita esponenziale di adesioni alla «campagna di boicottaggio globale anti apartheid» lanciata al Cairo lo scorso gennaio. I prodotti israeliani vengono scartati dalle catene di distribuzione e dai centri commerciali. I sindacati portuali svedesi bloccano il traffico di prodotti da e per Tel Aviv. La Turchia mette in forse la cooperazione militare e gli scambi. L’economia mondiale sposta l’asse lontano dall’alleato Usa. Putin addirittura annuncia che il nuovo gasdotto South stream II, invece che portare idrocarburi a Israele via Turchia, adesso si fermerà in Siria. Ma se il chitarrista Santana cancella le date israeliane, se i Pixies lo seguono a ruota, come anche il rapper Gill Scott-Heron, eroe dei tempi del boicottaggio contro Joannesburg, ebbene gli editorialisti a Tel Aviv scrivono che Israele non ha colpe, che sono loro che sono antisemiti, e che infondo nessuno vuole sentirli suonare. E ci mancherebbe altro: in un Paese in cui ormai il 45 per cento dei ragazzi evita le scuole pubbliche per iscriversi in quelle religiose e ai rabbini fanno la morale sulla musica pop, e dove si cominciano a proporre gli autobus divisi per sesso, all’iraniana, non ci sarà da stupirsi se fra dieci anni varrà ancora la pena di pianificare una tournée a Tel Aviv.
Nella strana Israele del premier Benyiamin Netaniahu, di Avigdor Liebermann che vuole l’espulsione dei cittadini non ebrei può accadere di tutto. In uno Stato dove i parlamentari invocano l’intervento divino seduti accanto a colleghi che hanno vinto alle elezioni per aver promesso il matrimonio civile, ancora vietato, il tutto legittimato dalla rassicurante presenza di un negoziatore laburista come Ehud Barak che ormai rappresenta soltanto la poltrona su cui siede. Bene, in un Paese del genere le navi della Flotilla che transitava in acque internazionali per forzare il blocco suGaza sono state accolte con gli onori che si riserverebbero a un’invasione marziana.
Sullo storico quotidiano Haaretz Yoel Marcus si chiedeva questa settimana «Com’è possibile raggiungere un punto in cui è legittimo colpirci e oltretutto condannarci a ogni occasione? Le immagini dei nostri soldati insanguinati e percossi sono la prova decisiva di chi ha attaccato chi». Sul Jerusalem Post, Effi Eitam rinforzava: «Il blocco non c’entra con la situazione umanitaria di Gaza e la flottiglia lo prova. Erano un branco di violenti che hanno plagiato qualche altro innocente per creare una provocazione ai nostri danni». Il tutto sancito dalla spiegazione finale del premier Netaniahu, che per la prima volta ha persino riconosciuto a Gaza la dignità di Stato: «uno Stato terrorista finanziato dagli iraniani. Dobbiamo prevenire l’ingresso al suo interno di qualsiasi arma. Via terra, aria e mare». E, nello strano Paese che è oggi Israele, un coltello trovato in cucina è un’arma pericolosa abbastanza da giustificare un blocco contro un milione e mezzo di civili e l’eccidio di nove attivisti, otto dei quali in età pensionabile. Un tempo, in Israele, si manifestava contro il governo perché l’intervento in Libano – quello dell’82 – era un errore morale. Oggi in Israele, se si attacca un convoglio di navi cariche di carta, pastelli, carrozzelle e cemento, è «un errore mediatico», o peggio «un errore militare» se i soldati non sanno sgominare gli attivisti alla prima. Ma rimane un atto giustificato dalla maggioranza, al punto che si scende in piazza per festeggiare di fronte all’ambasciata turca. Al punto che si attaccano le moschee degli israeliani non ebrei e si aggredisce una parlamentare che, da israeliana, sulle navi della Freedom Flotilla c’è salita per portare solidarietà ai palestinesi.
E guai a mettere il blocco contro Gaza in discussione. «Ancora una volta è stato provato che noi la pensiamo diversamente dal resto del mondo. E che di fronte ai discorsi di pace scatta subito il panico morale». A scriverlo, a una settimana dalla strage della Mavi Marmara, è stato un israeliano, Itzhak Laor. Ma era uno solo, in un Paese impazzito. Che Ben Gurion non si sarebbe mai sognato. 11 giugno 2010
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