Un campionato che dal 1934 racconta l’evoluzione del calcio ma anche il lento cammino di emancipazione delle ex colonie. Dopo decenni da comparse, si apre il sipario sul continente di Emanuele Santi
La prima edizione della coppa del mondo si giocò nel 1930 in Uruguay e non vi presero parte squadre africane. A godere dell’indipendenza, infatti, erano solamente l’Egitto, che da buon ex dominio inglese poteva vantare una nazionale da più di dieci anni, e la Liberia, che però non ne avrebbe avuta una prima di trentatré anni. Diverso era il caso del ricco Sudafrica la cui bianca classe dirigente, pur attendendo ancora la totale emancipazione dall’Inghilterra, aveva già ottenuto ampia autonomia in tema di federazioni sportive ed ereditato splendidi esempi di diffidenza e distacco nei confronti del resto del mondo in generale, e dei Paesi limitrofi in particolare.
Nel 1934, proprio in Italia, l’Egitto fu la prima africana a esordire in una coppa Rimet. Dopo aver battuto la rappresentativa dei Territori di Palestina ed Eretz-Israele (i miracoli del protettorato britannico), gli egiziani si ritrovarono nel tabellone principale grazie al ritiro dei propri antichi occupanti ottomani: la Turchia. Il sogno, tuttavia, durò soltanto per i novanta minuti degli ottavi di finale persi a testa alta per 4-2 contro l’Ungheria nel rinnovato stadio comunale “Giorgio Ascarelli” di Napoli. L’edizione francese del ’38 fu falsata dal pesante clima che minacciava l’Europa. L’Egitto, infatti, come moltissimi altri Paesi, si ritirò ancor prima di giocare le eliminatorie. All’indomani della Seconda guerra mondiale, la kermesse venne organizzata nel lontano Brasile. Era il 1950 e, sebbene si fossero rese indipendenti anche la Libia e l’Etiopia, il torneo fu una questione limitata a pochissime squadre europee e a fin troppe americane. Per i successivi campionati di Svizzera del ’54, il povero Egitto rimaneva ancora l’unico candidato del continente Nero e così venne inserito nelle eliminatorie di quello Vecchio. Dall’urna uscì il nome dell’Italia e addio sogni di gloria. Quando si pensa all’Africa, è difficile parlare di “guerra fredda” ma, nella seconda metà degli anni Cinquanta, i contraccolpi delle crisi internazionali iniziarono a ripercuotersi in aree geografiche sempre nuove e il calcio stesso finiva per pagare spiacevoli conseguenze. Il progetto della Fifa di far giocare l’Asia e l’Africa in un torneo unico di qualificazione si rivelò una vera e propria follia. Dopo aver pensato, infatti, di far incontrare Hong Kong e Cina e rischiato un derby tra Cina popolare e Cina nazionalista, la Federazione internazionale pretese addirittura che Egitto e Israele si ritrovassero di fronte sul campo di calcio. Alla fine, anche l’edizione svedese del ’58 si svolse senza rappresentative africane. A Stoccolma, la Francia di Raymond Kopa conquistò il terzo posto proprio mentre il buon De Gaulle andava gridando: «Viva l’Algeria francese». Nel ’57, intanto, era nata la Confederazione africana di football su iniziativa di Egitto, Sudan, Etiopia e, udite udite, del Sudafrica che ne venne immediatamente escluso per aver vietato la nazionale ai calciatori non bianchi in vista della prima edizione della coppa d’Africa. Marocco e Tunisia avevano appena ottenuto l’indipendenza, seguite a ruota dal Ghana e dalla Guinea.
Nel ’60, toccherà ad altri sedici Stati della zona subsahariana sia inglese che francese. Per andare ai mondiali cileni del ’62, comunque, si affrontarono soltanto in sei: Sudan, Egitto, Marocco, Tunisia, Ghana e Nigeria. Trionfò la squadra marocchina ma le spietate regole della Fifa la mandarono in pasto alla prima esclusa della zona europea: la Spagna di Gento e di Alfredo Di Stefano. Nel ’66, i mondiali si disputarono in Inghilterra, la culla del football che poteva ancora vantare un pugno di colonie piene d’oro che reclamavano l’indipendenza. La Fifa non cambiò le regole: la vincente del girone africano avrebbe dovuto incrociare le vincenti di Asia e di Oceania. Ne scaturì un boicottaggio di massa che finì per favorire la (ancora per poco) sconosciuta Corea del Nord. Alla fine del torneo, il calciatore più forte risultò proprio l’africano Eusebio, già Pallone d’oro nell’anno precedente. Era nato in Mozambico, dominio portoghese per altri lunghissimi nove anni. Perché la Fifa, finalmente, si decidesse a concedere al continente Nero un posto per la fase finale, si dovette attendere il mondiale messicano del ’70. Lo scacchiere internazionale implorava di non mischiare più Asia e Africa e, soprattutto, suggeriva di mandare Israele a giocare le qualificazioni con l’Oceania. E così, al termine di un torneo di nove candidate, il seggio africano venne conquistato dal Marocco che riuscì anche a spaventare la Germania di Muller e Beckenbauer per poi perdere anche la seconda partita contro il Perù e pareggiare con la Bulgaria.
Nel ’74, in Germania Ovest, debuttò l’Africa nera grazie all’ex Congo Belga: lo Zaire del sanguinario dittatore Mobutu Sese Seko. Commovente fu il portiere Muamba che lasciò il campo dopo l’ottavo gol degli jugoslavi ed esilarante fu il difensore Kembo che (non conoscendo neanche le regole) schizzò fuori dalla barriera al fischio dell’arbitro per calciare il pallone. Peccato che la punizione fosse in favore del Brasile. Al mundial argentino del ’78, fece bella figura la Tunisia: 3-1 al Messico, 0-1 dalla Polonia e 0-0 con la Germania campione uscente. Quando nell’82, le partecipanti aumentarono a ventiquattro, l’Africa poté mandare due squadre: il Camerun, eliminato dalla differenza reti e l’Algeria di Madjer e Belloumi, fatta fuori dalla vergognosa combine tra tedeschi e austriaci. Quattro anni dopo, si giocò di nuovo in Messico. Gli algerini non poterono nulla di fronte al Brasile e alla Spagna ma la vera sorpresa fu il Marocco che vinse il girone davanti a Inghilterra, Polonia e Portogallo e fu la prima africana a volare al secondo turno dove venne abbattuta da un missile di Lothar Matthaus a tre minuti dal novantesimo. Nel ’90, in Italia, riapparve l’Egitto che ben figurò in un girone senza scampo con Inghilterra, Olanda e Irlanda. Ma nessuno potrà mai dimenticare il Camerun di Roger Milla, costretto dall’inesperienza a crollare ai quarti di finale sotto i colpi di un Gary Lineker sempre lucido anche ai supplementari.
Nel ’94, proprio mentre in Ruanda andavano in scena i massacri tra Hutu e Tutsi e all’indomani della tragedia aerea che colpì la nazionale dello Zambia, l’Africa ottenne il terzo seggio per il primo mondiale in terra americana. Se il Camerun e il Marocco delusero le aspettative, la Nigeria le confermò in pieno. Forti del titolo continentale conquistato pochi mesi prima, le aquile nere andarono vicinissime all’impresa di eliminare quella stessa Italia che, dopo aver creduto a “un milione di posti di lavoro” credeva anche in Arrigo Sacchi. Il calcio africano era arrivato al top. Nel ’95, il primo Pallone d’oro esteso ai calciatori non europei venne vinto da un super George Weah e l’anno dopo la Nigeria trionfò alle Olimpiadi di Atlanta.
Nel ’98, i posti per l’Africa al mondiale francese crebbero a cinque ma solo i nigeriani superarono il primo turno. Fece il suo esordio il Sudafrica, al secondo tentativo di qualificazione dopo l’epoca buia dell’apartheid. Dell’edizione in Giappone e Corea del 2002, invece, si ricordano le imprese del Senegal che, proprio come il Camerun dodici anni prima, sconfisse all’esordio i campioni in carica (stavolta la Francia) e proseguì fino ai quarti di finale. Quattro anni fa, in Germania, dignitoso esordio per il Ghana, eliminato agli ottavi dal Brasile ed esordi meno gloriosi per: Costa d’Avorio, Angola e Togo. Proprio alla nazionale del Togo va un ultimo amaro ricordo. Adesso, finalmente, si alza il sipario sulla prima coppa del mondo ospitata nel continente da sempre sfruttato e dimenticato. Si gioca in Sudafrica, nel pieno dell’inverno australe, con lo stesso fuso orario e la stessa nostra latitudine. Colonna sonora saranno corni e tamburi. Scenografia saranno colori mai visti. L’importante è che il circo, quando avrà tolto il tendone, non si porti via altri animali o altra frutta dagli alberi. 4 giugno 2010
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