|
di Massimo Fagioli Sembra passato il tempo che dava un po’ di tristezza perché era pesante per l’arrivo frequente di nuvole grigio scuro che mantenevano il suolo costantemente bagnato. Ora è giugno, ma mi tornano in mente gli articoli di Le Monde e dal Corriere della sera che, nel dare notizie del fatto, mostravano indignazione per ciò che aveva scritto il filosofo Onfray ricordando la storia di Freud e della sua invenzione, la psicoanalisi. Ed era palese l’odio e la rabbia contro chi aveva profanato l’immagine, totalmente falsa, di un buon padre di famiglia che avrebbe scoperto la cura delle nevrosi e liberato le donne da tanta sofferenza; ovvero come la società internazionale di psicoanalisi aveva costruito la figura del medico che aveva lavorato a Vienna nel tempo a cavallo tra ’800 e ’900. Ed i risentiti ed offesi da ciò che aveva scritto Onfray dicevano, interpretando, che l’odio era del ribelle contro un “gigante del pensiero”, paragonabile a Darwin e Marx. Era la fine di aprile e nell’ultimo giorno del mese, a Firenze, si svolse una splendido dibattito condotto da sociologi, psichiatri, linguisti, fisici, storici. E, se il motivo era la nuova edizione di Istinto di morte e conoscenza, in verità emerse in maniera evidente che parlavano di un nuovo modo di pensare. Avevano visto che un nuovo metodo di pensiero realizzato per conoscere le “cose” umane invisibili, poteva estendersi ad altre ricerche che miravano alla conoscenza della realtà del mondo. E, forse, è pensabile che abbia sentito (più che udito) la ricerca dei fisici che, nel secolo scorso hanno pensato, sempre di più, alle particelle invisibili della materia che... non era più realtà materiale. E, mentre ci stavamo godendo la vita nella manifestazione di quaranta e sessanta anni di lavoro, leggemmo le accuse che Bernard Henry-Levy aveva scritto sul Corriere della sera contro Onfray che aveva denunciato le malefatte di Freud; poi la risposta e le molte pagine di Le Monde che estese il dibattito a tutto l’Occidente. Ed ora il pensiero, tremando, cerca di comprendere se stesso pensando le “cose” sconosciute perché non percepibili nella veglia. C’era nel tempio di Apollo e Socrate lo ripeteva: “Conosci te stesso”. Non risulta, dalla storia, che qualcuno abbia raggiunto tale conoscenza. Ed ora, tra il comico ed il tragico, ricordo che qualcuno, nel litigio tra intellettuali francesi e non, ha detto che Freud ha aperto la strada per la conoscenza di se stessi. Scelgo di ridere visto che a Firenze ho visto una bella realizzazione di tante persone. Poi, seriamente penso come, in una persona, non classificabile come malato di mente, possa esistere una mente che ha un pensiero dissociato. E sono tante le affermazioni sconnesse. E ricordo che, agli inizi della ricerca sulla mente umana e le sue malattie lessi e mi stupii che Freud avesse affermato che l’inconscio, l’ES, è inconoscibile. Ha conosciuto l’inconoscibile? E ricordo l’insalata di parole “Das erste Wünschen dürfte ein halluzinatorisches Besetzen der Befriedigungserinnerung...”.
E, presto, lessi la metodologia della cosiddetta “conoscenza di se stessi” che consisteva nel far tornare alla coscienza ciò che un tempo fu cosciente. E vidi un’altra affermazione con dissociazione del pensiero e del linguaggio che diceva “la nascita ed il primo anno di vita senza parola sono inconoscibili perché senza pensiero verbale; poi dice che tra la realtà del feto nell’utero e il bambino nato non c’è nessuna differenza...” e questa seconda affermazione dice che il signor Freud conosce perfettamente nascita e primo anno di vita. Una seconda affermazione dice il contrario della prima. E poi sapendo cos’è la negazione (Die Verneinung) non vede il transfert negativo del paziente e crede nelle libere associazioni. Ed ora appare la striscia di carta bianca che abbraccia la nuova edizione di Istinto di morte e conoscenza. Ricordo e rileggo quanto ho scritto giorni fa, e mi domando come un inquisitore vestito di nero, qual è la differenza tra il titolo di quel libro e la dissociazione di Freud. Sono parole che, nel significato che ha il linguaggio comune, si contraddicono l’una con l’altra. Ricordo che istinto è legato alle parole sopravvivenza e procreazione ovvero alla vita di un organismo biologico; morte, ovviamente, è scomparsa delle realtà legate a questi termini. Leggendo con occhi che vedono la superficie delle cose, ovvero la lettera delle parole, è impossibile distinguere la dissociazione degli scritti di Freud dalla composizione del titolo del libro. E sarebbe dissociazione anche l’aver unito, per indicare una scoperta fondamentale, il termine fantasia con il termine sparizione. Ma nella memoria vaga dei tanti che raccontando i loro sogni mi suggerivano l’esistenza della pulsione di annullamento, compare il ricordo chiaro delle righe degli scritti di Freud che in Al di là del principio del piacere descriveva il bambino che, gettando il rocchetto al di là della sponda del suo lettino lo faceva sparire; poi, tirando il filo che era legato al rocchetto, lo faceva riapparire.
Notai subito con stupore, che le parole “istinto di morte”, esistenti da tempo, erano state legate all’aggressività che veniva pensata con il termine distruzione. Mi misi a cercare le parole tedesche e vidi che esistevano: verschwinden, vernichten, annullieren. E, negli scritti, lessi che Freud pensava e parlava soltanto di ciò che diceva la parola distruzione ed io compresi che tale idea indicava la catastrofe mentale di un essere umano che era impazzito. Mi comparve, alla coscienza, un suono silenzioso che era l’immagine delle parole che dicevano: dissociazione verbale. E pensai, senza fare parole, che i termini che dovevano indicare qualcosa di invisibile, in realtà erano usciti dalla mente di un soggetto che avrebbe dovuto pensare l’invisibile. E così le parole scritte, portate dalla voce, si spostavano nell’aria senza nessun movimento e cadevano in frantumi perché cozzavano l’una contro l’altra come pecore malate di encefalite. E ricordai che Bleuler aveva scritto la definizione di malattia mentale modificando le parole Demenza precoce in Schizofrenia. Aveva avuto l’intuizione che era necessario, in psichiatria, afferrare ciò che diceva la parola scissione. Poi vidi che la dissociazione mentale poteva stare, nascosta, negli scritti detti normali. Non era la schizofasia del povero malato che fa “l’insalata di parole”. Era una sintassi corretta, ma si mettevano insieme parole e pensieri che avevano perduto il senso profondo che sta nel linguaggio che non è scisso dall’immagine che si crea quando la mente è senza coscienza. La parola è trasformazione e non scissione.
Sapevo che aver rifiutato la stupidità dell’idea che la malattia mentale era lesione della materia cerebrale, era soltanto un primo movimento che chiedeva altro. Scoprire cioè la causa che faceva sconnettere il legame tra le parole, per cui non era pensiero dire la parola cane con la parola volare. Così torna il termine “senso” che non è stato mai distinto da significato. Così, dicendo la parola “penna”, io non distinguo il ricordo delle penne che coprono la pelle del gabbiano e lo fa volare, dall’oggetto che fa segni neri sulla carta che è il linguaggio articolato che indica le cose percepite. Solo il senso lo dice. Coloro che si definiscono poeti lo usano per comporre frasi che hanno un senso nascosto, avendo abbandonato il legame con la figura mentale del ricordo cosciente. Pensai che era trasformazione delle immagini del pensiero senza coscienza; il poeta ricrea quel momento di vita quando c’è l’inizio della attività della sostanza cerebrale che è fantasia di sparizione. La ricreazione, che non è regressione, fa l’immagine della linea che è indefinita nel suo essere e diventa percepibile e definita quando la mano dell’uomo disegna e scrive.
Ora ho la sensazione di essere stato coinvolto dalla storia di Onfray che ha scatenato una cultura francese e non francese che si è dedicata, rabbiosamente, alla difesa di Freud. E sono tornati i ricordi di quando denunciai il falso freudiano che vantava lo studio e la scoperta di quel pensiero senza coscienza, avendo detto che l’inconscio è inconoscibile. E ricordo che Onfray dice “voglio una teoria critica, non la ripetizione infinita della teoria critica degli antenati del ’68”. E la mano ha riscritto i punti salienti in cui il pensiero verbale usò in Freud, parole che non avevano nessun senso e... nessun significato. Ma poi il legame tra i due termini, freudo-marxismo, mosse memorie che negli anni, talora, venivano alla coscienza. Scrissi infatti nel 1976 “La donna ed il serpente” ed il senso era che l’uomo razionale, sempre stupido nei riguardi della realtà umana del pensiero senza coscienza, aveva paralizzato e svuotato la fantasia della realtà femminile dell’umanità. Ma ero giovane, non ancora libero dalla promessa dell’uguaglianza che l’idea di un essere umano migliore aveva fatto nell’adolescenza. Poi scoprii che il virus della razionalità aveva fermato lo sviluppo della mente, relegando la donna in casa a fare la moglie fedele e madre affettuosa. Vidi, tristemente che non c’era, nel comunismo, nessuna nuova identità umana. |