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Ne L’anno delle ceneri Schillaci mette a segno uno degli esordi narrativi più interessanti dell’anno
L'anno delle ceneri (Nutrimenti) di Giuseppe Schillaci (Palermo, 1970, regista di documentari) uno degli esordi narrativi più felici della stagione, è insieme denso romanzo politico-civile e sanguinante, storia d’amore, inchiesta storica (documentatissima, con tanto di foto d’epoca) e rapinoso mélo. Ambientato in una povera borgata palermitana, Buon Riposo, dove quando piove tutto diviene fango, aderisce intimamente a voci e sapori di quel quartiere, dove la vita quotidiana, raccolta intorno alla chiesa dei Decollati, è impastata con liturgie e riti religiosi pagano-cristiani. Ci racconta un pezzo decisivo del nostro passato prossimo - le elezioni del ’48, l’attentato a Togliatti, tra paure, speranze, sogni insurrezionali, conflitti, utopie - mentre il giovane fornaio Masino, «occhi petrolio e labbra sinuose da turco», che lavora per il Comitato civico, tenta di fuggire in America con la bella Ninetta. Inoltre, evitando ogni retorica dei cliché folkloristici, si confronta in modo diretto con i cliché stessi (fichidindia e carretti, mafiosi e dialetto), soprattutto conservando una fedeltà al Sud del mondo come utopia possibile, come promessa non mantenuta e bellezza violata. La lingua, fortemente espressiva e al tempo stesso «trasparente come carta da zucchero» (un po’ come l’aria palermitana) restituisce l’atmosfera dei luoghi, le arance della Conca d’Oro, il profumo di zafferano e di sarde, ma nulla concede al pittoresco e al barocchetto siciliano. Si muove forse tra i due modelli opposti, ma non incompatibili, di Consolo (prosa lirica, musicalità estenuata) e Sciascia (prosa antiretorica e manzoniana) mentre l’epigrafe del libro è significativamente presa da Brancati. Il barocco c’è, e potrebbe gonfiare la scrittura (così come l’afa gonfia le pareti) ma è come sorvegliato, trattenuto in superficie: «Sulla piana (Conca d’Oro) le arance sembrano sfidare il sole di marzo brillando ancora più forte per una specie d’eroico attaccamento alla vita» (e potrebbero essere le arance di una poesia di García Lorca o di Machado, autori del Sud cattolico e barocco del mondo).
In un finale tragico e corale - l’intero romanzo è affollato, pur nella sua concisione, da personaggi e figure secondarie - Masino scoprirà che è come tutti, per destino e per vocazione, “decollato”, in balia cioè di logiche imperscrutabili, vittima di quello «scandalo che dura da diecimila anni» (Elsa Morante) che è poi la stessa Storia. In questo senso il simbolismo mitico-rituale legato alla chiesa dei Decollati (la novena, la preghiera che dura nove giorni e che poi attende un qualsiasi segnale da interpretare, gli ex voto, le credenze e superstizioni popolari) ci appare come un modo per elaborare i lutti della Storia (guerre, miseria, oppressione), percepita quasi sempre come un evento naturale e catastrofico. E, come sempre, l’importante è soprattutto “raccontare”, che come qui dice il personaggio dell’anziano Nofrio, significa ricordare e, forse, “salvarsi”. di Filippo La Porta 4 giugno 2010
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