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Ne Le quattro volte Frammartino si libera dalla sua rigida impostazione teoretica
L'impostazione dell’opera seconda di Michelangelo Frammartino è molto ardua. Deve illustrare per immagini nientemeno che un antico teorema attribuito alla scuola pitagorica: le quattro vite successive, che l’uomo avrebbe incastrate in sé, l’una dentro l’altra. L’uomo sarebbe un minerale, per via del suo scheletro, formato da sale e da sostanze minerali. Ma è anche un vegetale, perché si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, si riproduce. E non solo: è pure un animale, data la sua mobilità e la conoscenza del mondo che lo circonda. Infine è un essere che usa ragione e volontà. Per dimostrare la validità del teorema, Frammartino bandisce sia musica che parlato. Rimangono solo immagini e rumori. Secondo la psicologia della percezione, nella realtà il soggetto che vede, si sente partecipe dello stesso universo al quale appartengono gli oggetti che rientrano nel suo campo visivo e questa certezza garantisce la continuità fenomenica delle cose. Ma viene a mancare qualora la stessa scena è trasferita dalla realtà allo schermo. La sensazione che ne consegue è di trovarsi al cospetto non dell’irreale, bensì di una realtà diversa dalla propria ma che sempre realtà rimane, come se il soggetto fosse affacciato a un altro universo, regolato da leggi proprie e, di solito, più suadente del mondo reale. è la teoria dei “filmologi”, quando parlano di “effetto écran”, che Frammartino sembra intuire, in un’intervista, dove dice: «Considero il film un corpo morto, che ha bisogno dello sguardo attivo dello spettatore per prendere vita. Riuscire a connettere il soggetto guardante e l’oggetto, è parte di una vitale tensione affettiva, che con un po’ di retorica potrei dire che ha a che fare con la felicità. Il mio film vorrebbe parlare dell’invisibile che c’è nell’immagine. Nella mia vita concreta non sono mai riuscito a credere all’invisibile ma nell’arte è diverso». Lo spettatore di fronte a un film come Le quattro volte è costretto a una decisione radicale: prendere o lasciare. Se non accetta l’impostazione data al rapporto tra soggetto e oggetto è meglio che abbandoni la sala. Ma se l’accetta, il film esprime un fascino raro: si libera della rigida premessa teoretica e consente a ogni spettatore di gustarlo come meglio gli aggrada. di Callisto Cosulich 4 giugno 2010
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