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Giuseppe Manfridi in scena con il suo monologo sulla partita Roma - Liverpool del 1984
Portare in scena uno spettacolo che racconta uno spettacolo - operazione diversa dal teatro nel teatro - è un po’ come voler fare una parodia di Totò: praticamente impossibile, soprattutto se si tratta di un monologo sullo spettacolo popolare per eccellenza, ossia una partita di calcio. Infatti Giuseppe Manfridi, drammaturgo di ottima classe del panorama italiano, non narra la famosa disfida fra Roma e Liverpool del 30 maggio 1984 per la coppa dei Campioni ma rievoca tutto quello che girava attorno: l’attesa della fatale notte in cui la squadra perse la finale, la città di quegli anni, il modo di vivere, le cose che si dicevano e si pensavano. L’autore-attore ricorda l’uccisione di Giuseppe Fava, il terremoto umbro, la P2, l’oscuramento delle televisioni berlusconiane, la strage del rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Dimentica solo che il 1984 è l’anno del libro di George Orwell ma per il resto c’è tutta l’atmosfera di quel periodo, di ventisei anni fa quando le cose erano molto diverse e nessuno avrebbe mai pensato che la Storia sarebbe andata come è andata. La partita occupa la parte finale del monologo lungo un’ora e tre quarti e sembra proprio che il pubblico provi ancora forti emozioni. Lo spettacolo si chiude con la proiezione su grande schermo di alcuni momenti salienti della partita: al gol dell’1-0 per la squadra britannica la platea rumoreggia e s’abbacchia, protesta per un fuorigioco inesistente fischiato alla Roma ed esulta al gol di Pruzzo e al rigore segnato da Di Bartolomei, pur sapendo che finirà male. Sul non dimenticato centrocampista Agostino Di Bartolomei, morto suicida esattamente il giorno del decimo anniversario di quella sconfitta sparandosi dritto nel cuore con la sua Smith & Wesson calibro 38, la commozione è ancora tanta. Strana la memoria, gioca con il tempo stringendolo e dilatandolo a suo piacimento e proprio questa caratteristica del ricordare Manfridi sa sfruttare a dovere. Il teatro, il buon teatro, è tante cose ma anche astuzia, una forma alta di commercio del sentimento.
Questo Roma - Liverpool 1-1 , che poi è finito 3 - 5 ai rigori, andato in scena al teatro Vittoria di Roma, rappresenta l’atto terzo di una serie “manfridiana” intitolata Diecipartite, ossia le più significative disputate dalla “magica”, come i tifosi giallorossi chiamano la squadra. Sono già andate in scena le prime due, il derby Lazio - Roma 3-3 del 1998 e la partita Pisa - Roma, 1-2 del 1983, l’anno del secondo scudetto. Serate di evidente successo, che riempiono la platea, non soltanto perché il tema è il calcio. Manfridi esprime una vera, potente capacità affabulatoria e un’oratoria efficace anche per il fatto che ogni tanto zoppica sulle sillabe, inciampa sulle parole, donando così alla sua prova un’atmosfera di familiarità. Non il solista irraggiungibilmente bravo ma uno della platea che sale sul palcoscenico e dice. Poi naturalmente i trucchi retorici e gli accenti sono d’un professionista ma Manfridi li nasconde con abilità riuscendo a usare la scusa del calcio per servire teatro a un pubblico che verosimilmente preferisce in genere andare allo stadio. È un’azione pedagogica. Poi c’è la questione della nostalgia del tempo passato, sentimento comune a tutti che però s’acuisce o si stempera a seconda del presente e delle circostanze del momento. La nostalgia per quegli anni Ottanta pare talmente forte da non poterla attribuire solo alla dimenticanza delle difficoltà, ed erano molte, di quel decennio (fra l’altro deplorevolmente craxiano). Probabile che oggi si viva così male che persino la Milano da bere, che Manfridi cita, la Roma da ingoiare, l’Italia da succhiare con la forza della corruzione e delle tangenti, sembra migliore del Paese nel quale viviamo oggi. di Marcantonio Lucidi 4 giugno 2010
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