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di Massimo Fagioli Volge al termine anche il mese di maggio e penso ai molti incontri e dibattiti che si sono svolti negli ultimi mesi. Ricordo le voci che dicevano che, a gennaio, sembrava che l’atmosfera, il sentire dei rapporti interumani, il movimento del pensiero era cambiato; era altro, in bene. Su un fondo di colore indistinto si muovono, attraversando il tempo delle elezioni regionali, le ombre del confronto tra i partiti politici. Nonostante gli accurati silenzi la stampa non riesce a nascondere qualcosa, un’aria di senso del nuovo che trapela dalle parole: dibattito culturale. Sono i fogli dei giornali che, diventati bandiere, sventolano al vento ma non si comprende la nazione di cui dovrebbero essere il segno di riconoscimento. Emerse, nei giornali, lo scontro rovente tra due filosofi francesi che si insultavano perché l’uno diceva che Freud era un fascista perverso, l’altro diceva che aveva avuto sempre un comportamento ineccepibile. Ed ora, ricordando, vedo che fu il Corriere della sera ad essere protagonista dello scontro; insieme pubblicò la bella pagina su L’esercito dei fagiolini, nell’edizione di Firenze. Soltanto sull’Unità ho visto un piccolo e brutto articoletto che diceva che Freud, un grande del pensiero, era una brava persona. In Francia Le monde dedicò tante pagine sul caso del libro di Onfray che denunciava come falsa l’idealizzazione della psicoanalisi. Cerco di vedere oltre il fatto di cronaca ed è evidente che non riguarda la prassi del medico psichiatra che dovrebbe studiare l’eziopatogenesi della malattia mentale e trovare la cura di essa. Guardo gli scritti dei due filosofi e penso che, nella filosofia, non c’è mai stata la ricerca medica che ha per scopo la buona salute degli altri esseri umani. Ma qui, prepotenti, compaiono le parole “malattia mentale” da cui emergono, come fantasmi che incutono terrore, i termini, che è assolutamente proibito pensare, che dicono “il pensiero si può ammalare”. E ricordo che, da vari anni, alcuni filosofi hanno pensato di confrontarsi con la mente altrui. Non parlano di malattia, solo di disagio che si può risolvere insegnando a pensare. Non mi sembra che abbiano parlato del rapporto tra filosofo e scolaro. E così come al solito, le figure dei ricordi che compaiono nella mente svaniscono perché infiniti pensieri chiamano immagini vaghe di suoni e colori che mi tolgono dal tempo presente. Compaiono, come fossero immagini di un sogno, le parole grandi delle copertine dei settimanali “Freud è morto”. Ed il ritorno del tempo passato porta la voce “ero certo che fosse seppellito e dimenticato”. Ora Onfray lo accusa di cento malefatte che io non conoscevo. A me fa ricordare il papa Fruttuoso che fu disseppellito per essere impiccato. Ma forse posso essermi sbagliato io. È giusto pensare che i dibattiti nella libreria Feltrinelli, a Firenze ed a Torino mi abbiano portato fuori della realtà di un livello sociale e culturale normale o soltanto mediocre.
Non può essere ricordo della coscienza se cerco di capire perché, quando ancora adolescente pensai di fare lo psichiatra, non ebbi nessun dubbio che la facoltà universitaria da scegliere era quella di medicina e chirurgia. Non so se un filosofo potrebbe dirmi che era per una identificazione con mio padre. Ma anche se qualcuno me lo dicesse, non mi dispiacerebbe perché mio padre fu un bravo e onesto medico. Come psichiatra potrei proporre di pensare che avrebbe potuto trattarsi di una immagine ideale da seguire, perseguire ed emulare, e non di identificazione. Ma non so se un filosofo mi comprenderebbe perché nei corsi di filosofia non si parla di introiezione ed identificazione. Ed Emanuele Severino mi disse il perché, ovvero che la filosofia ricerca della verità, è soltanto pensiero della veglia e della coscienza. Ed il pensiero della veglia non si è mai posto il problema della realtà della parola identificazione. Il commissario di pubblica sicurezza, chiedendo i documenti, dice: “Si identifichi” ovvero si distingua da altri e da eventuali sosia. Freud disse che l’identificazione con il padre è diventare come l’altro; esattamente il contrario. Nessuno mi ha detto la verità sul motivo del cambiamento del significato, neppure Ferenczi che spiegò a Freud che identificazione aveva come genitore le parole “introiezione del seno”. Non si legge altro nei testi, ma io pensai che volevano proporre che l’identità umana si realizza nel rapporto con la madre che nutre e conduce alla sopravvivenza. Ma non ricordo e non so, e la memoria senza coscienza non mi aiuta, perché rifiutai fin dall’inizio queste idee. So che, al contrario, realizzai, pensai e scrissi che l’identità umana si realizza per e con la separazione, prima dei corpi, poi dal pensiero esistente e costituito. Un pensiero invisibile che faceva la mia realtà umana e non era identificazione con, ma identificazione dalla madre. Avevo visto che la parola identità era legata all’altra, ma era stata svuotata di senso. Non c’era più l’essere per la separazione.
Scelsi di fare il medico. Studiai e conobbi il corpo dell’essere umano e il suo funzionamento e le sue malattie. E, forse, fin qui non posso rifiutare l’interpretazione della possibile identificazione con il padre. Ma poi, certamente, non c’era più e si dimostrò che non c’era mai stata perché fu chiaro che diventai medico del corpo per essere e fare il medico della mente. Fu un’intenzione cosciente, prima di iniziare l’università, quando vidi che un malato di mente invece di determinare, in un chirurgo, l’interesse per la cura, fu mandato in Ospedale psichiatrico detto, allora, manicomio. Rifiutai cioè l’idea che la malattia mentale fosse incurabile. Capii che era una idea imposta e trasmessa da generazioni nei secoli, senza che fossero state mai fatte ricerche. Evidentemente avevo maturato l’idea di fare una ricerca sull’eziopatogenesi della malattia mentale. Non so perché; ma penso che l’unica fonte che si interessava di pensiero umano era la filosofia. O meglio, il pensare, fuori ed oltre il metodo scientifico che aveva raggiunto la conoscenza della realtà biologica e del suo funzionamento. E cercai senza aver verbalizzato il nuovo metodo del pensiero perché, forse, era un modo di pensare nuovo. Un pensare che generava un altro pensiero che non derivava dalla percezione delle cose materiali. Forse era eredità degli studi di filosofia che avevano detto “l’uomo è mortale; Socrate è uomo; Socrate è mortale. Ma sapevo che non era la stessa cosa del pensiero cosciente e la logica detta razionale. Da piccoli segni dovevo pensare al non percepibile.
Allora, forse, facendo il medico mi sono separato dalla filosofia perché ebbi rapporto con la realtà biologica umana. Poi facendo lo psichiatra mi sono separato dal corpo umano e dalle sue malattie. Ma, era diverso. Se il pensiero va oltre, nell’invisibile, scrivo che ho eliminato dalla mia mente l’idealizzazione dei filosofi tanto esaltati, ma mi era rimasta, trasformata, l’immagine del medico diventato psichiatra, o medico della psiche. Soltanto dopo aver scritto queste parole, corpo e biologia, posso dire che venne il pensiero che dette un nome, pulsione, all’origine della mente con il funzionamento della sostanza cerebrale. E fu un primo pensiero “logico” che disse che, per respirare è necessario che si muova la muscolatura del torace ed il diaframma; per muovere la muscolatura è necessario il funzionamento della sostanza cerebrale. Qual è lo stimolo che mette in moto la sostanza cerebrale? L’unica cosa pensabile è lo stimolo sulla retina, che è sostanza cerebrale e può essere fatto soltanto dalla luce. Non può essere il tatto perché il cervello avrebbe funzionato anche al contatto della pelle del feto con il liquido amniotico. Ma là, è noto, il cervello non funziona.
Ora è come se mi svegliassi e le immagini delle mante bianche e nere diventano pensiero verbale che dice: sono i fogli dei giornali. Ma, subito, il pensiero crea altre immagini, ovvero quella di cani che, addestrati, si scagliano ferocemente gli uni contro l’altro. Non è un sogno, ma un’immagine inconscia non onirica che parla del dibattito tra filosofi, filologi, psicanalisti che si insultano reciprocamente sul nome Freud. E mi sembra di udire le urla dei ragazzini fratelli che prendendosi a pugni, “papà fu cattivo, papà fu buono”. Non è un ricordo, ma un’immagine denigrata degli uni, idealizzata degli altri. Non è lo studio di una storia ma è evidente che emergono rabbie e odii personali nei confronti di un uomo… morto più di settanta anni fa. Fermo con la mano sinistra, la mano destra si muove per scrivere “idealizzazione per una alienazione religiosa”. Viene così il ricordo del 20 agosto 1999 quando, irrazionalmente dissi… ma, subito, il ricordo non è più ricordo perché le lettere, restando se stesse, diventano altre perché nascono dal movimento che fa parole diverse. Vedo nascoste nella frase detta nel 1999 “Freud non è mai esistito”, le parole antiche “Freud è un imbecille”. Come un corpo che, essendo senza nessun rapporto con la realtà, uccisa nel 1978, si fosse fatto polvere dispersa dal vento. |