Studioso di filosofia, Matteo Nucci firma un esordio letterario intenso e... assai poco italiota
L'esordio narrativo di Matteo Nucci, quarantenne, romano, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie) è un originale romanzo di formazione con l’ambizione di dire qualcosa sulla nostra crisi di “civiltà”. Il suo merito principale ha a che fare con ciò che del libro in un primo momento mi respingeva: affronta in modo diretto e quasi temerario il fantasma italiano per definizione: la famiglia. Fin dalle prime pagine entriamo in un clima famigliare assai pesante, immobile, stagnante: con il cadavere del padre in un’altra stanza, Lorenzo intrattiene relazioni con la madre, la sorella, e poi con parenti, amici. Tutto si svolge claustrofobicamente fra tinello, cucina e soggiorno, mentre si scambiano battute di dialogo convenzionali e qualcuno sta sempre preparando un tè. Con la seconda parte, lo scenario si sposta in Grecia, dove la compagna di Lorenzo, Sara, non sopporta il vento, e allora lui le spiega che il meltemi è sì un vento forte ma non alza il mare, permette la navigazione (al contrario di molti venti che imperversano sui mari italiani). Dunque la nostra stessa civiltà - la democrazia, la scienza, la medicina - è nata da lì, da quel vento e dai traffici degli antichi Greci con l’Oriente. Infine, la terza parte (la più compiuta, anche se mi aspettavo uno scatto ulteriore della lingua) ci riporta a Roma, dove Lorenzo decide di vedere Marco, amico di infanzia da lui tradito in modo abietto: proprio mentre ne era divenuto confidente in un momento di grave crisi sentimentale, Lorenzo si mette con la compagna di Marco, Sara. Lui ha il terrore di riprodurre il destino del padre, che tradì sempre tutti e che è morto in una sostanziale solitudine.
Forse alla famiglia, e alla sua vischiosità sempre un po’ ricattatoria di affetti, potremmo contrapporre l’amicizia, una comunità utopica di amici fraterni, con le loro relazioni liberamente scelte e non perciò prive di obblighi morali (di lealtà e responsabilità). Del resto, l’autore è grecista (il titolo del romanzo è una frase di Socrate) e ha ottimamente curato una recente edizione del Simposio di Platone, dove tra l’altro si tratteggiano i contorni di una polis ideale. Anche se, in verità, l’ultima telefonata nel libro Lorenzo - consapevole che Marco e Sara si stanno telefonando (per tradirlo?) - la farà alla madre, cui apre il suo cuore inquieto…
Ma Lorenzo potrà evitare il percorso del padre perché, al contrario di lui, decide dolorosamente di “affrontare i problemi”, non li rimuove. Sa che ognuno fatalmente tradisce sempre un po’ gli altri e se stesso. Ma soltanto riconoscere una cosa del genere è il primo passo per riuscire a liberarsene, o almeno a disciplinarla; non per obbedire a dei principi astratti ma in nome di un “ordine” diverso della nostra esistenza. In questo modo il vento impetuoso che sempre libera e scatena le nostre passioni potrà diventare un favorevole meltemi che ci permette di controllare un po’ di più la navigazione dell’esperienza. di Filippo La Porta 28 maggio 2010
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