The road è ambientato su una Terra distrutta da un cataclisma cosmico
«Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte, allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto». Così ha inizio The road, cioè “La strada”, il romanzo di Cormac McCarthy, premio Pulitzer 2007, tradotto sullo schermo dal regista australiano John Hillcoat. L’uso del tempo imperfetto è il più vicino a descrivere una realtà fuori dal tempo in cui viviamo: dopo il passato ma anche dopo il futuro. Romanzo e film immaginano cosa resti, quando non c’è più un dopo, perché il dopo è già qui; cosa rimanga quando la Terra finisce di vivere a causa di un cataclisma qualsiasi, lasciando pochi superstiti a vagabondare in un paesaggio «arido, muto, senza Dio», dove si succedono «notti più buie del buio, ogni giorno più grigio di quello passato». Tra i superstiti, un padre e il suo bambino a piedi in cerca di una meta, sorretti solo dall’amore che li lega l’uno all’altro. La fine del mondo sta divenendo un topos del fantafilm catastrofico. L’ultimo, La città verrà distrutta all’alba, è uscito poche settimane fa. Sono film che vanno a nozze con gli effetti speciali. Ricordano quelli degli anni Cinquanta, dominati dall’incubo della guerra nucleare e dalla preoccupazione che le tensione politica tra i Paesi dell’Ovest e quelli dell’Est potesse sfociale in un devastante conflitto mondiale. Oggi, a fare cattedra, sono invece disastri naturali, spesso causati dalla incoscienza dell’uomo nello sfruttare i continui progressi scientifico-tecnologici, o surrogati da miti risalenti alla protostoria, così come alle profezie apocalittiche di popolazioni scomparse, vedi i Maya, che avrebbero fissato per il 2012 la fine del nostro pianeta. Ma in The road non ci sono effetti speciali. I problemi tecnici sono altri, per esempio quello di mantenere in ogni sterno il colore plumbeo del cielo, che sull’orizzonte deve trasmettersi al terreno senza soluzione di continuità. Forse per questo motivo il film è stato accusato di essere troppo deprimente, tanto vero che ha rischiato di non uscire in Italia, nonostante fosse stato presentato l’anno scorso alla mostra di Venezia. Clamoroso caso di strabismo, poiché il film non è affatto deprimente ma commovente. di Callisto Cosulich 28 maggio 2010
|