Prova strepitosa di Maria Luisa Abate nel ruolo di Maria Maddalena de’ Pazzi
Per spiegare Maria Maddalena de’ Pazzi, citano Angelus Silesius, il mistico polacco del Seicento che scrisse nel suo testo poetico e mistico Il pellegrino cherubico una riflessione d’apparenza laconica e invece pregna di senso ontologico: «Una rosa è senza perché. Fiorisce perché fiorisce. Non pensa a sé, non si chiede se la si veda». Maria Maddalena alla fine del Cinquecento, nella clausura del convento di Santa Maria degli Angeli, in San Frediano, a Firenze, viveva estasi straordinarie senza perché, perché le viveva. Il nuovo spettacolo dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, La fossa dei leoni, non s’avventura mai in spiegazioni sulla natura dei fenomeni estatici della donna nota al secolo con il nome di Lucrezia Caterina ma offre l’operazione che più si confà all’artista di teatro, la rappresentazione. Seduta su una specie di trono sospeso a mezz’aria, Maria Luisa Abate, attrice strepitosa, esplora la condizione fisica e spirituale della possessione. Che può essere angelica o satanica e addirittura a volte confondere l’osservatore fino a rendergli difficile distinguere se sta di fronte a un’anima in annegamento nelle dimensioni inferiori o in elevazione verso le sfere celesti. Abate, grazie a una tecnica mimica di alta scuola, ma anche in virtù del suo volto ascetico, da stilita tenace, su un corpo che pare guaina di fili elettrici, oscilla senza requie fra l’alto e il basso, l’immateriale e il materiale, come se sapesse che l’equilibrio spirituale non sta nel volgere verso la pietrificazione satanica o il discioglimento luciferino ma nella pari distanza fra questi due estremi.
Quindi siccome all’uomo non è data simile perfezione, né alla Abate e tutto sommato nemmeno all’iniziato spirito di Maria Maddalena ch’ella restituisce, l’interprete s’avvicina a uno dei due limiti e vi si strappa per gettarsi dall’altro lato. Ora s’eleva all’impalpabile sensualità divina e dipoi precipita fino a sfiorare ansie orgiastiche, allunga la mente verso inarrivabili verità metafisiche e la rattrappisce in violente crudeltà mondane. È libera e prigioniera, sguaiata e garbata, ghignante e dolce, silenziosa tutto sommato nella tempesta verbale ch’essa produce e che impressionò le consorelle di Maria Maddalena, una specie di logorrea come sterco dell’anima ma un fertilizzante per gli altri esseri umani al pari del letame per la terra. Tocca quindi all’interprete, che restituisce il monologo scritto da Marco Isidori, il più gioioso e gravoso dei compiti d’attore: sola in scena, salvo un piccolo “Coro delle Monacelle” (Paolo Oricco, Stefano Re e Anna Fantozzi), a dare conto di una solitudine addirittura infestata di emozioni. E la sua diventa una delle migliori prove d’attrice della stagione teatrale romana, andata per giunta in scena su un piccolo palcoscenico, il teatro Arvalia. Stagione che ha visto una pletora di monologhi femminili, evidentemente moda del momento e quindi già stancante per il frequentatore di platee. È fenomeno dovuto verosimilmente al fatto che quattrini in giro non ve ne sono e quindi tocca ridurre le paghe per gli artisti, ma è anche dovuto al vizio del clientelismo: la maggioranza dei grandi teatri nazionali, gravati da questo debolezza italiana, in tempi di carestia tagliano prima di tutto gli amici meno vicini per preservare quelli più intimi, i quali ricambieranno il favore a perpetua sopravvivenza di una “casta”, tanto per usare un termine alla moda. di Marcantonio Lucidi 28 maggio 2010
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