La Gelmini distrugge la scuola pubblica, smantella il tempo pieno e taglia su tutto. Il progetto del governo è uno Stato per i poveri e un privato per i ricchi di Ilaria Bonaccorsi
«La cultura vi fa paura, è questa la vostra dittatura». Davanti al ministero di viale Trastevere, insegnanti, genitori e bambini manifestano e urlano: «La scuola è pubblica e non si tocca, la difenderemo con la lotta». In effetti la scuola sta finendo, per quest’anno e per sempre. Sulla base dei decreti del ministero, gli uffici scolastici provinciali in questi giorni hanno comunicato agli istituti le relative dotazioni organiche e per la primaria hanno iniziato a ridurre l’autorizzazione delle classi a tempo pieno. Per esempio, con la circolare 25 del 20 aprile scorso l’ufficio scolastico della provincia di Roma ha comunicato ai circoli didattici e agli istituti comprensivi di aver autorizzato, per il prossimo anno 2010-2011, le istituzioni con “elevata presenza” di classi a tempo pieno a eliminarne una rispetto a quelle previste nel 2009-2010. Domanda scontata: se la presenza era “elevata” in quelle scuole, perché tagliare? Per assurdo il ministro dell’Istruzione Gelmini taglia, penalizza maggiormente quegli istituti dove c’è più necessità di tempo pieno. Il risultato per le scuole primarie è che non solo non ci sarà più “tempo pieno per tutti” ma non si riconferma neanche il tempo pieno già funzionante. «Sedia sediola, Gelmini della scuola non ci capisce niente, fa danni solamente», diceva uno slogan in rima.
A oggi ancora non è chiaro se i tagli ai posti di lavoro dei docenti nell’anno 2010-2011 saranno 25.600 o 27.307 o addirittura 31.390 (art. 64 del decreto legge n. 112). Nei fatti, gli studenti iscritti alle scuole di ogni ordine e grado sono 7.805.947, con un aumento di 37mila unità rispetto all’anno precedente, mentre gli organici si sono ridotti di oltre 42mila unità per gli insegnanti e di oltre 15mila unità per il personale Ata (ausiliari, tecnici, amministrativi). Questa è la prima tranche della riduzione di oltre 132mila unità che il governo ha promesso per il triennio 2009-2011. Sempre nel Lazio, i docenti in meno sono 1.830, i non docenti 1.300. A genitori e insegnanti a questo punto non rimane che protestare, associarsi, fare rete e tentare di opporsi. Numerose in questi giorni le manifestazioni davanti al ministero di viale Trastevere per chiedere alla Gelmini di ripensare i tagli, il cui primo effetto sarà di far sparire il tempo pieno, il secondo di sottoporre i bambini delle primarie al famoso “spezzatino”: classi più affollate con 22 ore assicurate da una sola insegnante e le altre 18 (per arrivare alle famose 40 dell’ex tempo pieno) a “spezzatino” appunto. Una professoressa scandisce contro le finestre della ministra: «Se venti alunni / vi sembran pochi / provate voi / così vedrete / la differenza / tra comandare / e insegnare». E il vecchio tempo pieno con un organico di due maestre più due ore di compresenza per laboratori e attività di recupero? «Levatevelo dalla testa, non esiste più», ha detto ai genitori delle future prime elementari Lidia Cangemi, dirigente scolastico della Regina Margherita. In pratica che cambia? «Finirà la pari dignità delle materie - spiega Antonella Manganaro, insegnante delle primarie - nel momento in cui sarò chiamata a fare le 22 ore, dovrò tornare alla tradizionale didattica curriculare che non mi permetterà né di avere il tempo per il recupero scolastico né di mettere in atto laboratori. Nel tempo pieno si era in due e con le famose compresenze recuperavamo i bambini in difficoltà attraverso attività alternative come la musica, l’educazione motoria e all’immagine. Abbiamo avuto la grande soddisfazione di vedere bambini fare teatro mentre in classe non aprivano bocca. Li abbiamo visti costruire un copione, una scenografia, entrare dentro la storia, salire sul palcoscenico e tirare fuori le loro emozioni». I genitori non si rendono ancora conto dei cambiamenti «perché noi insegnanti quotidianamente tappiamo i buchi e ci prendiamo il carico dei disagi, accettiamo 40 ragazzini in classe perché mancano le supplenti, manca la carta, manca tutto. Mancano persino i soldi per pulire le aule. Lavoriamo in laboratori sporchi dopo aver insegnato ai bambini che l’igiene è la cosa più importante di tutte. Queste sono le condizioni: prendiamo la scopa e spazziamo l’aula, prendiamo la spugna e puliamo i banchi». La Manganaro è amareggiata ma anche arrabbiata: «In questo modo si favorisce la scuola privata. Il tempo pieno è nato con l’idea di recuperare i ragazzi dalle strade, ora si taglia l’offerta a gente già povera in partenza, si punta e ci sia avvia pericolosamente a uno Stato per i poveri e a un privato per i ricchi, a un popolo servo ed ignorante». Urlano ancora i manifestanti: «La scuola che ci piace è la scuola di tutti/ la scuola dei belli/ la scuola dei brutti/ la scuola dei bravi/ la scuola dei ciucci». E l’opposizione che fa? Paolo Masini, consigliere capitolino del Pd a Roma e vice presidente commissione Scuola racconta di un’interrogazione comunale perché «Alemanno non può continuare a stare in finestra a guardare, il suo è un silenzio assordante». Maria Coscia, deputata democratica, spiega che da due anni fanno opposizione: «Appena dieci giorni fa abbiamo presentato un’interpellanza urgente per riproporre con forza i problemi legati ai tagli della scuola pubblica. Il governo deve ripensarci». E continua: «Il tempo scuola, spacciato per pieno da questo ministero, altro non è che un dopo scuola. Noi abbiamo usato e usiamo qualsiasi strumento per opporci - interpellanze, interrogazioni - ma il governo tacita le famiglie raccontando che il numero delle ore non cambia. Neanche questo è vero, non aumenta neppure il tempo scuola. Io stessa ho presentato un’interrogazione ancora più specifica sul tempo pieno e ancora non mi hanno risposto. La loro linea è quella della demolizione». La Coscia osserva che «c’è un tema drammatico: si stanno dilatando le differenze sociali. Ci vuole una forte interlocuzione tra opposizione e società per svelare le bugie del governo. La scuola pubblica è uno dei pilastri fondamentali del Paese come è fondamentale la formazione e l’educazione. Si deve determinare la saldatura tra la battaglia nelle istituzioni e quella nella società». Su uno striscione c’è scritto: «Pochi pochi soldi, tanta fantasia, la scuola pubblica la meglio che ci sia». I feriti a morte restano i precari, colpiti dai tagli e terrorizzati dalla paventata “regionalizzazione” della scuola. Infatti uno dei progetti scellerati del ministero di viale Trastevere è la chiamata regionale del docente. Le graduatorie nazionali, causa di lacrime e sangue per tutti i giovani docenti, saranno sostituite da albi regionali e le chiamate saranno a discrezione dei dirigenti scolastici: «Un vero disastro in un Paese come il nostro, clientelare da secoli», osserva un’insegnante precaria lasciata a casa. «Ma la Gelmini la vogliamo? No! Dalli a Brunetta i grembiulini, noi la Gelmini la vogliamo, no! Giulio Tremonti lo vogliamo? No! Perché è con noi che farà i conti, Giulio Tremonti lo vogliamo, no! La scuola è nostra e la vogliamo? Sì! Perché è l’inizio della riscossa, la scuola è nostra e la vogliamo, sì!», cantano in coro, sperando di poter fare lezione ai loro allievi l’anno prossimo. Anche se le lezioni, a questo punto, bisognerebbe darle al governo. 28 maggio 2010
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