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di Massimo Fagioli Forse attratto da parole misteriose, guardo il numero di left dove l’articolo scritto da me, ha il titolo fatto da una parola e dall’articolo di essa: La sirena. Ed accade che vengano pensieri che si esprimono con termini verbali che la coscienza giudica in contraddizione tra di loro. La frase comparsa nella mente è “come se una nebbia talmente sottile da essere invisibile si fosse dissolta”. Come se si muovessero, nella mente ignota, i ricordi di quegli animali che sono, insieme, bianchi e neri. Come le rondini ed orche con cui ho parlato di linguaggio. Mi sono separato da esse scoprendo che non possono scrivere perché, alla nascita, non hanno la pulsione che fa la capacità di immaginare e non hanno la mano che è capace di segnare la linea. Ma, forse, sono sirene. Ed ora non riesce a comparire la sensazione e l’immagine non definita che emerse, nella mente sveglia, quando udii alla radio la voce di donna che diceva che l’immagine della sirena era stata provocata dalla visione delle prostitute che, nei porti attiravano i marinai con promesse di felicità, per poi ucciderli e derubarli. Ed ora, il pensiero verbale crea la parola trasformazione, che genera le immagini che fanno vedere le donne che vendono l’uso del proprio corpo e sono ricordo della coscienza. Poi il ricordo delle prostitute si dimentica e, sparendo, genera l’immagine inventata della sirena, mezza donna e mezza pesce, essere vivente non esistente e mai esistito. E, come una pallina da tennis vellutata e dura che cade in terra e rotola via fino a scomparire, il pensiero in parole compare e svanisce, e fa ricordare se stesso soltanto se è stato espresso nei segni che fanno la scrittura. Così leggo la parola “essere vivente” e scrivo le parole: esistenza e movimento. E la pallina corre ancora e vedo, oltre la percezione della cosa, la parola “non”. Ed ancora ancora la paroletta fa scomparire la pallina dura ma con la pelle morbida, perché compare un altro termine: negazione che io so potrebbe nascondere la parola bella che dice “No” e si chiama rifiuto. E, come sempre, i ricordi vengono di corsa quasi volessero paralizzare il pensiero che riesce a vedere e conoscere le realtà umane non conoscibili con la percezione dei sensi della veglia e la logica razionale. Ricordo quando apparì ai miei occhi la parola die Verneinung che chiamavano negazione. Era animata, confusa, resa uguale ad altre che suonavano in modo diverso: Verleugnung, Verwerfung. Poi, come fosse un filo di fieno verde in mezzo ad un mucchio di paglia gialla, il termine Neinsagen restò solo senza identità come un malato in un reparto di un manicomio. E già allora, leggendo la negazione di Freud e la libera associazione del paziente che diceva “non è mia madre”, vidi che era bugia... o verità. E la parola, come fosse una donna incinta, partorì la ricerca sulla parola negazione che era altra cosa rispetto alla bugia... o verità. Ma i termini verbali erano gli stessi...
Ed ora, guardando le parole “...nebbia... invisibile che si sta diradando...” vedo il connubio impossibile del significato dell’una con l’altra: invisibile... diradando. Poi di nuovo, la forza della mano fa fare alla punta della penna segni che dicono “il ricordo del salone internazionale del libro di Torino che si è svolto pochi giorni fa” si trasforma e sembra sparire, perché l’aria è invasa da una nebbia bianca fittissima che ha in sé l’ombra dei corpi umani che ondeggiano senza muoversi. Nel silenzio le voci, diverse l’una dall’altra, fanno i suoni di una orchestra grande che erano stati annunciati da un foglio del Corriere della sera, che aveva stampato la parola “fagiolini”. Forse hanno voluto imitare Omero che scriveva di sirene per parlare di donne cannibali, trasformando la percezione ed il ricordo in immagini inventate. Ma, difetto di fantasia, “fagiolini” non è una immagine inventata ma un ricordo cosciente di un legume che può essere tenero o duro e fibroso. Io, da tempo, ho trovato il termine verbale che era stato annullato nel suo senso perché assimilato e reso uguale alla parola ricordo. Così dico che il ricordo dei giorni di Torino è stato sedotto e trascinato nel mare dalla sirena del 30 aprile che, invece di celebrare la sua sparizione, ha realizzato la festa della resurrezione. E la parola tempo sembrò che avesse composto in sé, senza annullarsi, le figure del ricordo del tempo atmosferico di aprile abbastanza deludente nell’attesa della primavera, a quarant’anni di tempo in cui l’autore di Istinto..., fu annullato, mai compreso, perseguitato con parole violente di insulti. Forse perché aveva detto “Freud è un imbecille”. Ma, in verità, perché aveva scoperto la realtà della parola pulsione e, certamente, aveva scritto che, alla nascita, il pensiero emerge dalla realtà biologica umana. Ed ora un’altra parola viene, prepotente, e cancella il termine traduzione. Non compare il nulla, ma la parola trasformazione perché la composizione di essa è diversa e le lettere dell’alfabeto sono le stesse.
E spesso, ed ora, il termine ricordo scompare perché la parola memoria chiama, in silenzio, una fantasia sconosciuta perché non riconosciuta diversa ed altra, rispetto alla fantasticheria che fa, disegna figure che sono ricordi coscienti. La percezione, nel ricordo, viene soltanto un po’ modificata, ma non trasformata e, pertanto, è senza senso; non parla perché non sono immagini ed il ricordo cosciente è come il suono che emette l’orca e l’usignolo che non è linguaggio perché dice l’esistenza di una cosa percepibile, e non parla dell’essere. Così pensando vidi che l’umano è essere quando non nega la realtà del pensiero senza coscienza. Quando cioè, realizza la conoscenza, e verbalizza la trasformazione di se stesso, ogni volta che perde la coscienza ed il linguaggio articolato. Quando si ricreano la nascita ed i primi mesi di vita senza parola. Si ricrea la mente del neonato che emette soltanto suoni che hanno sempre detto essere come quelli dell’orca e delle rondini. Non è la verità. La ricreazione del vagito fa il suono della parola articolata che esprime il senso che sta nell’armonia del rapporto tra le lettere che fanno le parole. Invece l’assenza della voce ricrea quei secondi di vita quando, lo vidi, si è già creata la capacità di immaginare senza coscienza; poi viene il vagito che si trasformerà in parola perché ha in sé l’immagine invisibile. E guardo il Corriere della sera che riporta la mia accusa a Freud che, dicendo che i sogni sono allucinazioni, confuse le parole invisibilità, impossibilità di percepire nella veglia, con il termine inesistenza.
Poi lessi Le Monde ed il Corriere della sera. Il giornale francese stampa pagine e pagine sui pensieri di intellettuali che stimano ed esaltano Freud come “grande pensatore”. Il Corriere... stampa B. Henry-Levy che aveva accusato Onfray di denigrare Freud con pettegolezzi stupidi ignorando la sua grandezza storica. Onfray risponde elencando tutte le malefatte di Freud: sono accuse ed insulti da entrambe le parti. Allora mi venne alla mente il ricordo della frase che dissi, tra le interpretazioni dei sogni che facevo all’Istituto di Psichiatria, “Freud è un imbecille”, e il suo risuonare poi, spesso, insieme al termine guru ed alla qualifica di AntiFreud che mi veniva attribuita. Poi, negli ultimi anni, quando ormai mi chiamavano psichiatra o psicoanalista grande eretico, il pensiero si è orientato a cercare e riuscire a vedere se l’accusa, che Le Monde ripropone, di odiare Freud nascondesse altro. è soltanto uno scontro tra scienziati che studiano la mente umana e le sue malattie? O è la profanazione di un idolo innalzato dalla società dei normali per impedire ogni ricerca su ciò che fu chiamato Inconscio inconoscibile? Freud confermava le idee sulla incurabilità della malattia mentale.
Sono andato al convegno di Firenze ed al Salone del libro di Torino. Ancora non li ho pensati. Forse il ricordo non è venuto alla coscienza perché la percezione di quelle ore è stata sommersa da memorie di cinquanta, sessanta, quaranta... anni fa quando accaddero cose che sembrano uguali a quelle attuali. Sessanta anni fa cominciai a pensare che nel corpo umano c’era una mente sconosciuta. Cinquanta anni fa presi rapporto con coloro che erano stati definiti malati di mente. Quaranta anni fa scrissi Istinto di morte e conoscenza. Ed ora le righe scritte sfumano i loro segni perché quel titolo di un libro è, insieme, presente e passato. E compaiono le immagini, che sono soltanto ombre, di un giovanotto che, a vent’anni, si è messo un vestito nuovo. Ma è un inganno perché il pensiero ha preso il ricordo di una percezione della coscienza per parlare. Non ho avuto la forza ed il coraggio di scrivere che Istinto... ha l’immagine di una bella donna con il vestito nuovo di un grande stilista. Ed ora, nella veglia, devo riuscire a scrivere che quel libro non è stato scritto dall’identità umana della coscienza e della ragione. è il diverso e sconosciuto, quello della notte e del sonno che ha rubato le lettere del linguaggio verbale. Ma, forse non è riconosciuto perché, uguale a quaranta anni fa, ora è assolutamente diverso. |