Negli anni Ottanta sembrava che fosse l’ultimo orizzonte della storia, oggi è già una categoria da rottamare. Ecco l’analisi di un esperto
Diciamolo: di postmoderno non se ne può più! è diventata una parola passepartout per ogni opera che sembra citarne un’altra. Ha designato alcuni decenni di storia culturale quando si percepiva nettamente il senso della fine di un’intera tradizione. Oggi non solo è tramontato il romanzo postmodernista, che quella tradizione intendeva compendiare e polverizzare (in modi manieristi e parodistici). Ma il moderno non ci sta più addosso. Si è dissolto, con le sue domande e promesse. I nostri figli non si aggirano più tra macerie. E, ad esempio, quelli che amiamo definire non-luoghi, loro li chiamano semplicemente “luoghi”…Questo per parlare di un corposo volume che tenta di riassumere le varie teorie del postmoderno, specie negli Usa: Del postmoderno (Bompiani) di Peter Carravetta. Nato in Calabria e americanizzato (insegna all’università di Stony Brook) ha competenza sia filosofica-sociologica che linguistico-letteraria ed è particolarmente attrezzato a svolgere una ricognizione multidisciplinare. Dico subito che del suo saggio ammiro la sistematicità e la vastità enciclopedica. Anche se, forse condizionato da un approccio iperproblematico, a volte si smarrisce in una materia così formicolante. I punti di vista si intrecciano al punto di non darci un paradigma certo cui ancorare una definizione precisa del postmoderno. Di Carravetta apprezzo il tono personalissimo e a volte ruvido, con cui formula le critiche a certi eccessi del decostruzionismo. A Gayatri Spivack obietta che se si contesta l’esistenza di un luogo da cui il soggetto femminile possa parlare- e che qualcuno possa parlare per gli altri- alla fine si nega la premessa stessa del dialogo e si conclude nel silenzio. O anche: al filosofo Rorty, candido apologeta dell’ironia a oltranza, ricorda che un consiglio d’amministrazione o una giunta non possono dedicarsi all’ironia full time! Mentre al guru Derrida replica sobriamente osservando che nessuna architettura potrà mai prescindere da considerazioni utilitarie ed estetiche. E bene fa a sottolineare (dopo la sbornia strutturalista) che i testi letterari «parlano anche del mondo (reale o ideale che sia)», ricordando come la retorica sia uno spazio di argomentazione prezioso per la democrazia. Carravetta non sarebbe d’accordo con me nel dichiarare la fine del postmoderno e l’inizio di una nuova età (qualcuno propone di chiamarla della Mutazione). Eppure anche partendo da certe elaborazioni di cui qui si rende conto in modo puntuale si potrebbe già prefigurare una qualche fuoriuscita. Ad esempio, l’intellettuale pakistano Ziauddin Sardar, musulmano, critico verso i Versetti satanici ma oppositore della fatwa contro Rushdie, contrappone al cinismo tutto eurocentrico del postmoderno una idea di autenticità. Certo, autenticità “flessibile” ma comunque una resistenza allo sradicamento coatto della globalizzazione. Ecco, anche ripensando concetti come verità, individuo, etica, etc., volentieri liquidati dalla vulgata postmoderna, potremo uscire più in fretta da quella temperie culturale e dai suoi condizionamenti. di Filippo La Porta 21 maggio 2010
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