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La nostra vita di Luchetti descrive la deriva politica e sociale dell’Italia berlusconiana
Se qualcuno nutrisse dubbi su La nostra vita, lo stesso titolo dovrebbe chiarirglieli. Il protagonista è un operaio edile, che lavora in un cantiere della periferia romana. È sposato; ha due figli, ne attende un terzo, che sta per nascere. Ma sua moglie muore di parto, subito dopo averlo messo al mondo. Lì per lì l’operaio, rimasto vedovo, resta tramortito. Anche per i problemi che la scomparsa della moglie gli lascia in eredità. Allora, per garantire alla sua figliolanza un futuro degno di essere vissuto, non gli resta che cercare di fare soldi. A tale scopo s’improvvisa subappaltatore per conto dei filibustieri dell’edilizia, che prosperano indisturbati nell’agro pontino. Così diviene cinghia di trasmissione della «piccola immoralità quotidiana» (è il termine con cui la definisce il regista, Daniele Luchetti), che dilaga in Italia, basandosi soprattutto sui vantaggi che le garantisce il lavoro in nero.
La nostra vita non è un film di denuncia, sulla falsariga dei nostri “classici” degli anni Settanta. Luchetti lascia parlare i fatti, senza la necessità di caricarli, convinto che i fatti si commentino da soli. Ne esce un quadro desolante del nostro Paese. Più o meno quanto quello descritto da Sabina Guzzanti in Draquila, l’Italia che trema. Qui l’Italia semplicemente si adatta. Sotto certi aspetti i due film paiono complementari. Il film della Guzzanti racconta la deriva sociale e politica del nostro Paese, prendendo di mira la classe dirigente e i cosiddetti “poteri forti”.
Luchetti la dipinge dal basso, dove vegeta una parte non effimera di proletariato, che ha fatto buon viso a cattivo gioco, che cerca di uniformarsi all’andazzo. Una categoria sempre più numerosa, che desidera soltanto partecipare a quella che Luchetti chiama “la festa del consumo”, con tutti i rischi annessi e connessi. Rileggendo la ricca filmografia del regista, in cui le pellicole felicemente risolte si alternano ad altre meno riuscite, constatiamo che le prime sono quelle che per l’appunto lasciano parlare i fatti. Come avviene anche in questo caso. di Callisto Cosulich 21 maggio 2010
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