A Torino il noto studioso Adriano Prosperi presenta il monumentale Dizionario storico dell’Inquisizione da lui diretto di Ilaria Bonaccorsi
Tema cardine di quest’anno del Salone di Torino è la memoria. Ci vuole parlare del rapporto tra Storia e memoria? Il rapporto è problematico. Si tende a parlare di memoria storica sebbene non sia mai chiaro cosa si intenda. Normalmente si usa questa espressione per indicare la prospettiva del passato condivisa in un dato momento all’interno di una società determinata o all’interno di un particolare gruppo politico o religioso. Si tratta di una prospettiva o un’ immagine più o meno chiara che si presenta alla mente su come e perché si sia arrivati all’appuntamento del presente, con tanto di giudizi di responsabilità e di colpe di questo o quel personaggio o partito o forza storica che sia. In questo caso abbiamo a che fare con la memoria sociale come dato collettivo: fu il sociologo Maurice Halbwachs negli anni Trenta ad aprire la strada per studiare i quadri sociali della memoria. In realtà questa strada non è mai stata portata avanti in maniera seria, analizzando le componenti della memoria collettiva e i processi che la trasformano, distinguendo le memorie di classe, affrontando il rapporto con l’oralità (di cui però si occupa molto bene da noi lo studioso Portelli). Nella memoria condivisa dalle masse ritroviamo caratteristiche della memoria individuale: la tendenza a dimenticare soprattutto le cose sgradevoli e i ricordi inquietanti, la permeabilità all’azione della propaganda, la continua rielaborazione del vissuto in funzione del presente e così via. Certo, il mutare della memoria nel tempo è un dato storico anch’esso: che oggi si ricordino cose diverse da quelle che era importante ricordare per altre generazioni è frutto di una società e di un processo storico. Tra i fattori che influenzano i processi di memoria del passato c’è il rapporto tra generazioni - un rapporto che oggi è radicalmente diverso da quello di tipo “caldo”, familiare e orale delle società tradizionali e pretelevisive che abbiamo alle spalle. Ma fondamentale è il dato di fatto dei cambiamenti che avvengono nella personalità individuale. L’io è una costruzione di memoria. Ma se l’io rimane apparentemente immutabile e padrone di tutta la sua memoria resta vero quello che osservava Michel de Montaigne sulla mutevolezza dell’io, sul fatto che l’io è una pluralità di condizioni d’animo, di volontà, di determinazioni, che cambia di momento in momento e fatalmente cambia anche i dettagli e il colore di ciò che ricorda. In sintesi, io direi che la memoria come strumento è notoriamente inaffidabile, tende ad alterare i dati delle prime impressioni adattandoli e accomodandoli di volta in volta al mutare della realtà esterna e del soggetto. Abbiamo fatto un esperimento di recente raccogliendo le memorie dei sopravvissuti a una strage nazista, confrontandole poi con le deposizioni che le stesse persone avevano rilasciato alle forze alleate al momento dell’arrivo. E abbiamo scoperto che il raccontare e il sentir raccontare aveva modificato sostanzialmente i dati di memoria. Questo per dire che la verifica dell’attendibilità dei ricordi è un lavoro difficile . Del resto le stesse fonti scritte presentano problemi analoghi : il documento più vicino all’osservatore e all’accadimento non è necessariamente il più “vero”. Marc Bloch fece un celebre esperimento sul modo in cui testimoni oculari dello stesso fatto ne davano descrizioni diverse. La sua lezione resta fondamentale: ci avverte che tra la fonte e la realtà non c’è una riproduzione meccanica. è necessario che lo storico usi intelligenza e finezza di interpretazione se vuole cogliere e rendere a chi lo legge quell’odore della carne viva, quella presenza dell’essere vivente e della realtà. Partiamo da un dato fondamentale: dimenticare è inevitabile, anzi è necessario. Se ricordassimo tutto in modo incancellabile saremmo dei mostri: come sanno gli studiosi del cervello, la memoria incancellabile è una affezione grave, una malattia che colpisce alcuni individui. E la storia che studiamo e che insegniamo è la cura per evitare il problema dell’accumulo incontrollabile dei dati di memoria: possiamo dire che la storia è una macchina per dimenticare tutto ciò che una determinata cultura ritiene inutile.
Sei d’accordo con l’affermazione che “chi non ha memoria rischia di ripetere il passato”? Sì, questo è un adagio fondamentale e fa riferimento alla capacità di imparare dall’esperienza storica e anche al riapparire di determinati nemici interni della storia umana generati da quel «legno storto» che è l’uomo, come diceva Kant. Non abbiamo un patrimonio genetico che ci tenga lontani dai guai; abbiamo solo la possibilità di riflettere sugli errori passati. Determinati fattori di crisi della società si ripresentano, magari mutati - come diceva Marx - «dalla tragedia alla farsa» ma sempre pericolosi perché come diceva Walter Benjamin «il nemico non ha cessato mai di colpire». Faccio un esempio che è di attualità oggi in Italia, il problema dell’Unità. Non ricordare che l’Italia frammentata è stata costretta ad abbandonare il solco della civiltà moderna, è stata emarginata e messa in un angolo dagli sviluppi successivi della storia europea, è una di quelle forme di smemoratezza grave che ci fa cadere in un errore già vissuto e che dovremmo evitare. Il punto è questo: non ripetere gli errori. In fondo che la storia sia una maestra di vita è una vecchia definizione umanistica ciceroniana che è stata molto criticata e molto discussa, però è vero che dall’esperienza del passato si può e si deve imparare . Noto sempre più che i giovani si stanno riavvicinando alla storia: è come se si avvertisse il carattere ingannevole o almeno limitato dei saperi gestionali, quelli che insegnano a manipolare la realtà e le rappresentazioni mentali e a trasformare le cose.
La conoscenza della storia aiuta la partecipazione democratica, il viver civile. Come si può incrementarla? Penso che ci sia un aspetto della ricerca storica di cui va riscoperta l’importanza ai fini della formazione del cittadino. Normalmente si critica il detto historia magistra vitae quando viene inteso piattamente come un nesso automatico tra la trasmissione di una certa quantità di conoscenze e frutti civili positivi. Ma si deve riflettere sul significato della definizione crociana secondo la quale «ogni storia è storia contemporanea». Sono i problemi del presente che ti spingono a indagare la dimensione profonda delle questioni; ed è così che la superficie del presente apparentemente solida e senza alternative si apre alla dimensione profonda del tempo e si scoprono alternative che avevamo dimenticato, possibilità e pensieri che arricchiscono la realtà a due dimensioni in cui sembrava di essere prigionieri. La storia è la scienza degli uomini nel tempo: e il mutare dell’osservatorio muta anche il panorama che vediamo. è un fatto che la storia che oggi interessa e si studia non assomiglia a quella che studiavamo anche solo una generazione fa. Facciamo un esempio banale: esiste il Dizionario biografico degli Italiani, che censisce tutti gli italiani degni di memoria. Ebbene, quali sono questi italiani? Quando quest’opera è partita è stato fatto un censimento dei nomi da mettere che si è basato sull’erudizione sei-settecentesca e su studi successivi. Adesso l’opera è davanti al suo completamento ma è anche davanti al fatto che gli studi e la nostra coscienza della storia hanno reso inadeguato quel tipo di selezione che andava ancora bene mezzo secolo fa. Per esempio, adesso ci chiediamo: dove sono le donne che hanno fatto la Storia? Improvvisamente abbiamo scoperto che nella selezione valida un tempo le donne non comparivano se non eccezionalmente. Negli ultimi decenni nuove domande suggerite dal mutare del mondo hanno portato alla luce un popolo di donne di cui la storiografia passata non aveva tenuto conto: e lo stesso discorso si può fare per i membri delle classi subalterne che ora sono diventati il centro della ricerca storica. Mugnai, contadini, operai, gente del popolo: c’è voluta la lezione della Resistenza e la svolta democratica dell’Italia repubblicana perché anche in Italia le classi subalterne diventassero oggetto di storia. Ecco come la domanda del presente, l’esperienza della lotta in corso ha fatto rivolgere al passato delle domande a cui il passato ha dato delle risposte, perché quelle figure da qualche parte c’erano e la loro presenza poteva essere ricostruita. Si pensi all’importanza che hanno assunto le fonti criminali: c’erano anche prima ma non erano mai state studiate. Questo per dire che la ricerca storica si piega alle domande del presente e permette allo storico di fare delle scoperte, perché la storia non è pacifico racconto di un dossier sempre uguale. No, quello che studiamo oggi come storia è profondamente diverso da quello che si studiava per esempio nell’800.
Sarà a Torino per presentare i quattro volumi del Dizionario storico dell’Inquisizione, un’opera monumentale. L’obiettivo è la comprensione del funzionamento dei tribunali dell’Inquisizione e dell’orizzonte teorico che li animava? Sì, è stato un modo per mettere a frutto i risultati di tante ricerche in corso e farle confluire in uno strumento di utilità comune. Volevamo illustrare una dimensione della storia, non solo italiana ma europea e mondiale (vi entrano l’America Latina e l’India), che era rimasta confinata in qualche modo in una posizione marginale. Perché per quanto riguarda la storia della Chiesa si studiavano i vescovi, la gerarchia ecclesiastica, l’amministrazione della vita religiosa nella sua forma ordinaria e gerarchica ma la figura del giudice inquisitore, degli sbirri dell’Inquisizione, del tribunale centrale di Roma, tutto questo rimaneva su di un piano diverso. Intorno a questa materia si svolgeva una polemica ideologica sull’Inquisizione in cui la storia reale entrava poco e solo come comparsa giuridica a favore di una tesi o di quella opposta: da una parte, c’era l’Inquisizione demoniaca e sanguinaria, dall’altra un’Inquisizione paterna e moderata . Quello che abbiamo tentato di fare è stato riportare alla luce il volto di lunga durata, di presenza ordinaria, capillare, di elaborazione teorica e di efficienza plurisecolare di questa istituzione. Quanto ha pesato nella confezione dell’opera l’idea di “tutelare” la memoria di quei mille anni di storia? L’idea del Dizionario storico è nata proprio per compiere un tentativo di ricostruire una memoria perduta: per raccontare storie deliberatamente cancellate sotto il segreto (che fu la caratteristica dominante dell’Inquisizione come tribunale) o cadute nel dimenticatoio per effetto della perdita dei documenti o della distruzione deliberata degli incartamenti processuali che iniziò quando il nome di Inquisizione ecclesiastica fu sinonimo di esecrata violenza sulle coscienze. Nell’epoca delle lotte religiose del ’500 e del ’600, le vicende dei processati e dei condannati furono o completamente ignote o note in maniera incompleta e parziale grazie a qualche documento trasmesso dal carcere (ultime lettere alla famiglia, per esempio, come quella di Aonio Paleario) e qualche documento raccolto oltr’Alpe da editori protestanti che si dedicarono all’opera propagandistica e di fede di celebrare la memoria dei testes veritatis, dei martiri della fede (cioè di coloro che per la Chiesa cattolica erano eretici pericolosi). Ma della maggior parte di coloro che comparvero davanti a questo tribunale noi sappiamo pochissimo. Così di fatto nel Dizionario ci sono più nomi di inquisitori che di inquisiti. Mi sono chiesto di quante persone non sappiamo nulla o quasi: quasi nulla sappiamo, ad esempio, di Judith Franchetta o Giuditta Franchetti, un’ebrea mantovana di 77 anni bruciata viva a Mantova nel 1600 come strega, davanti a una folla di diecimila persone, confortata da tre ebrei mentre si avviava al rogo; o dell’“Orbo Panciera”, un cantastorie contadino ammazzato nelle paludi di Rovigo nel 1571 perché era ricercato dall’Inquisizione durissima di Adria (che mandò al rogo diversi imputati) e i suoi antichi compagni temevano che li tradisse. In questi casi la lotta per strappare nomi al silenzio del passato rivela tutta la sua difficoltà: donne e gente del popolo avevano poca importanza in quelle società e non se ne teneva quasi conto. E tuttavia lo sforzo della conoscenza è necessario, intanto per prendere coscienza del percorso faticoso che ci ha portati qui e poi come minuscolo, debole contributo per evitare che, perdendosi la memoria, si ricada negli stessi errori. è una storia dimenticata, la cui cancellazione è stata dovuta a tanti fattori. Ma ci è sembrato importante esplorarla per gli esiti che quella storia ha avuto e che sono stati assai più importanti di quanto comunemente si pensi. Il reato di eresia, l’organizzazione di tribunali intorno a questo reato hanno avuto una funzione fondamentale nella strutturazione del potere non solo ecclesiastico ma anche politico, dal momento che il reato di disobbedienza, l’eresia come disobbedienza al potere ecclesiastico, è stato utilizzato anche dal potere politico nella forma del crimen lesae maiestatis, il crimine di lesa maestà. Crimine che garantisce al potere qualunque arbitrio nei confronti di chiunque se ne renda colpevole. Aver ripescato dal diritto romano questa definizione ha permesso allora di cancellare in un sol colpo tutte le garanzie istituzionali che esistevano affinché una persona non venisse torturata senza prove o condannata sulla base di prove inesistenti. L’imputato nel processo inquisitorio non ha più diritto, il suo è veramente un processo kafkiano. La lesa maestà è il crimine politico per definizione. E noi seguiamo il discorso del rapporto tra l’individuo e il potere. La Chiesa medievale è l’istituzione che apre la strada, è un grande laboratorio di tribunali, come ha scritto Paolo Prodi, una creatrice di diverse forme di giustizia che lei stessa elabora di volta in volta per affrontare partitamente il peccato e il crimine. Ma nel momento in cui il potere papale viene minacciato dalla disobbedienza, inventa il crimine dell’eresia e la forma del processo inquisitorio e crea questa rete istituzionale parallela, onnipresente, capillare che a un certo punto diventa più importante della vecchia rete istituzionale dei vescovi. Era importante per noi capire il costo storico di questo peso della Chiesa nella società italiana che è stato pagato in termini di autonomia della coscienza. La persona convinta e costretta a denunciare i suoi amici, i parenti pur di uscire indenne da un processo inquisitoriale è una persona la cui coscienza viene spezzata. E il nostro Paese accettando il dominio di questa forma di potere ha rinunciato alla tutela dell’inviolabilità della coscienza individuale e alla libertà religiosa. 14 maggio 2010
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