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di Massimo Fagioli Parto stasera per Torino per essere domani al Salone internazionale del libro. Andai un anno fa quando la nuova casa editrice l’Asino d’oro presentò il libro Fantasia di sparizione. Si interessarono in molti; parlai più volte dicendo della ricerca sulla realtà del funzionamento della mente umana fatta con un metodo di pensiero nuovo. Ho copiato, forse, dai fisici che sono giunti a pensare l’esistenza di particelle non percepibili; per poi cercare, nella percezione di esse, la dimostrazione della loro realtà e della loro qualità. Non ricordo se, nel libro di un anno fa, parlavo diffusamente di questo metodo. Forse il tempo delle interviste fu preso dalla necessità di chiarire perché mi ero, negli anni, ribellato decisamente ad una cultura che faceva riferimento ad un nome, psicoanalisi, che traeva origine da un medico definito “grande pensatore” perché aveva, secondo i credenti che lo esaltavano, scoperto ciò che fu chiamato, agli inizi del suo secolo ovvero il 1800, inconscio. Forse perché facevo lo psichiatra scoprii subito la dissociazione verbale in ciò che aveva scritto. Riassumendo si può dire che “aveva scoperto l’inconscio avendolo dichiarato ES inconoscibile”. Aveva, cioè, escogitato che l’inconscio poteva essere “rimosso”, o primordiale ed originario. Si poteva far tornare alla coscienza ciò che, un tempo, fu cosciente. Era chiaro, e lo dissi, che la cosiddetta psicoanalisi era soltanto un esercizio per far tornare il ricordo di ciò che era stato dimenticato. Niente di nuovo rispetto a quanto facevano Giordano Bruno e Pico della Mirandola, niente di più degli insegnamenti delle maestre delle elementari che fanno imparare le poesie per esercitare la memoria del linguaggio articolato. Il fondatore della psicoanalisi, infatti, diceva che il pensiero era soltanto verbale e del linguaggio articolato insegnato dagli adulti ed appreso. Non ricordo, ma certamente ebbi un rifiuto irrazionale, direi viscerale, di fronte ad idee che toglievano al bambino del primo anno di vita ogni realtà umana. Certamente rimasi perplesso di fronte ad una normalità umana che, in verità, era dissociazione mentale che faceva scrivere un grosso volume di interpretazione dei sogni con l’idea che le immagini non sono pensiero e che, ancora più grave, essendo allucinazioni, non esistono. Cosa si interpreta? Il niente? E fu così che i pungiglioni di vespe che in mille sono mortali sembrava nascondessero, nel terreno arido che faceva soltanto erba secca, un serpente velenoso dal nome delicato: Wunsch. Era una parola che si trasformava in quella italiana, desiderio. Ma, invece di essere profumo che non esiste in natura essendo soltanto ciò che fa uguali l’uomo e la donna che si avvicinano l’uno all’altro, si proponeva come lastra di vetro morbida che neutralizza il contatto dei corpi diversi, in una freddezza che sembrava la calma che dava sicurezza alla coscienza che non distingueva la certezza dell’identità sessuale dalla assenza di affetti che vivono senza ragione.
Dissi “Freud è un imbecille” ma ora penso, ricordando la stupidità di chi è tuttora idolatrato, che sia stato spaventato da un libro o, forse, l’aveva terrorizzato soltanto il titolo Die Welt als Wille und Vorstellung ovvero le parole italiane “volontà e rappresentazione”. Vorstellung, in verità, può essere tradotto e pensato in italiano come idea-immagine. Freud lo usa nel caso Schreber che impazzì al risveglio, con e per l’idea che diceva: “Come sarebbe bello essere donna e subire il coito”. Pensai che l’idea di Schreber non era immagine. Era pensiero verbale senza immagine. La Vorstellung di Schopenhauer era, forse, “immagine”. Immagine e volontà avrebbero, inoltre, potuto far pensare a qualcosa che, nell’uomo, trae origine dalla realtà biologica senza essere desiderio. Non so se fu un suggerimento o soltanto uno stimolo, ma è accaduto che raggiunsi il pensiero verbale che mi portò a scrivere la parola pulsione che, uguale nelle lettere percepibili era, nel significato e nel senso, assolutamente diversa da come era stato sempre usato il termine Trieb. L’averlo legato alla parola che, nella veglia e nella coscienza, è di uso comune per indicare un fatto che prima era stato pensato poi reso inesistente (un volo d’aereo, o una corsa di un treno), ovvero annullamento, l’ha trasformata perché ora diceva di un movimento della realtà biologica umana. Movimento invisibile, movimento che emerge dalla materia. Ma la pulsione di annullamento non è realtà materiale, non si può conoscere con la percezione dei cinque sensi. Allora, forse dalle parole, ho avuto lo stimolo per pensare all’invisibile avendo sentito, talora, il loro suono che non si percepisce con l’apparato uditivo. Avendo visto oltre la percezione della rètina degli occhi che, nei segni che fanno la scrittura c’era altro, “un’altra cosa”, forse un suono che non è fatto da onde sonore, meglio dire un’armonia nelle composizione con le parole delle frasi, dette versi, che esprimevano idee, pensieri... o soltanto immagini. Tornano le due parole che, come fosse stato un colpo di fulmine alla vista di una splendida donna, affascinarono la mia mente. Percezione delirante sembrò il suicidio di due parole che, diverse l’una dall’altra, perdono se stesse nell’impossibilità di rapporto. Perturbarono la calma dei pensieri che, in verità, erano paralizzati da milioni di lettere scritte che facevano idee che erano raggi mortali: la malattia mentale è violenza fisica, lesione, alterazione della sostanza cerebrale. Ma ora, dopo cinquanta anni, comprendo che intuii che i due termini che, separati, avevano un significato che portava alla conoscenza, uniti diventavano “altro”. Fu come immaginare due amanti che erano impazziti nel rapporto tra di loro. Una percezione esatta dei sensi della veglia di una realtà materiale umana ha, in sé, il sapere di “qualcosa”, che è fuori dalla possibilità di essere percepito, ma non è invisibile... non esiste. Ed io cercai la realtà di questo linguaggio che... non era pensiero perché diceva la verità sulla realtà umana percepita dalla coscienza, ma diceva bugie sulla realtà della mente non percepibile. Diceva di una esistenza che non esisteva. Come se la coscienza avesse un sano rapporto con la realtà ed un’altra mente fosse malata. Il bugiardo non crede in ciò che dice, sa che non è esistente ciò che dice essere esistente. Nel sintomo di malattia che viene denominato allucinazione, si crede di percepire una figura che non esiste. Pensai che, nella percezione delirante, c’era il credere di conoscere una realtà inesistente, ma non era disturbo della percezione.
Giovane psichiatra cercai di comprendere i sogni che i malati di mente mi raccontavano. Non mi dicevano i loro ricordi coscienti. Io cercavo di vedere, dal suono della voce, le immagini che erano state, nel sonno, nella mente di chi mi parlava. E comparivano in me immagini che erano diverse da quelle che erano comparse nella mente altrui. Io ero sveglio ed avevo lo stimolo che giungeva alle orecchie e faceva comparire le immagini. L’altro, quando sognava, aveva perduto la coscienza ed il pensiero verbale, perché dormiva ed aveva soltanto il movimento interno del proprio corpo che creava immagini. Io avevo un rapporto diretto con gli stimoli del corpo altrui, l’altro non aveva creato dal nulla ma per stimoli ricevuti nella veglia precedente al sonno. Erano cioè riproduzioni, ma non erano ricordi che riproducevano la figura delle cose percepite, ma erano trasformazione di percezioni o di pensieri coscienti. Memoria quindi per una creatività che sta fuori dalla veglia, nel pensiero senza coscienza. Sapevo già, evidentemente, che il dire che, nel sonno, si regredisce nell’utero materno, è stupidità perché nel feto non c’è memoria e non c’è trasformazione perché non c’è pensiero.
Ho scritto di memorie. Memorie che sono ricreazioni del tempo in cui cercavo di comprendere la realtà mentale umana. Forse come quando, nel sonno, si ricreano gli stimoli ricevuti nella veglia, ora gli stimoli sono vaghi ed incerti i ricordi coscienti. Ma la trasformazione non fa immagini nuove, fa muovere la mano che scrive. Ed il pensiero ritorna alla realizzazione dell’immagine del silenzio nel quale l’essere umano diventa vivo, ed è fantasia di sparizione in un connubio tra due amanti diversi e sconosciuti, che si fondono l’uno all’altro. Creano il pensiero che avrà voce, dopo, nel tempo diventato visibile nella lancetta lunga dell’orologio d’oro che il maschio guarda correre ad aprire le porte curve dei polmoni e fa uscire il vagito. Soltanto allora, percependo, videro la vita. È tornato, nuovo, il libro comparso 40 anni fa e le parole del titolo, opposte l’una all’altra, spariscono perché ogni lettera diventa il movimento delle piccole alette del colibrì che si muovono velocemente tanto da non essere più viste. C’è solo un fruscio, ed il movimento dell’aria forse fa un suono che porta al narcisismo ritrovato a vent’anni che sapeva, senza essere cosciente, che dormire era ricreare con immagini il pensiero della nascita che, ora, ritorna con il silenzio del fruscio che la penna fa scrivendo le lettere imparate. |