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Le ombre della utopia di Marx Stampa E-mail
Da questo reportage storico di Fertilio riemerge un episodio straziante del socialismo reale avvenuto tra il ’49 e il ‘52 vicino a Bucarest  

Sapete chi era Eugen Turcanu? Probabilmente no. Eppure attraverso di lui e il suo sguardo azzurro, la grande, luminosa utopia marxista rivela il suo fondo più buio, come la cella sotterranea di un carcere politico. Dario Fertilio ci racconta in questo reportage storico, Musica per lupi (Marsilio) un episodio straziante del cosiddetto socialismo reale, avvenuto tra il 1949 e il 1952 a cento chilometri a nord di Bucarest. Lì Turcanu, detenuto della prigione di Pitesti, divenne carceriere e fu nominato responsabile diretto della rieducazione ideologica degli altri detenuti (centinaia di migliaia di oppositori del regime). Per eseguire i suoi compiti aveva carta bianca, così si ingegnò a pianificare una serie di sevizie e torture il cui contenuto risparmio al lettore. Lo stesso regime, spaventato dagli eccessi dello zelante ex carcerato e dei suoi collaboratori (alcuni ex legionari fascisti della Guardia di ferro di Codreanu) lo processò ed eliminò in fretta, chiudendo la prigione. Ma ovviamente si salvarono i mandanti e occulti registi dell’intera operazione (ancora oggi sulla vicenda regna un tabù). Pitesti aveva questo di “originale”: le vittime, una volta “convertite”, erano promosse a carnefici (dunque erano tutti colpevoli e tutti innocenti!) con licenza di tortura. Fertilio cita a ragione De Sade, poi riletto da Pasolini e ambientato a Salò (anche se la leggenda di un popolo feroce risale ai Daci soprannominati i “lupi” dai Romani e arriva fino al castello del conte Dracula).

E proprio Pasolini ci mostrò in modo esemplare come non vi sia niente di più “trasgressivo”del potere, il quale appunto se ne frega di qualsiasi limite e regola, e non esita a profanare la sacralità della vita umana. Quando leggo un qualsiasi resoconto di gulag (sia dell’ex Urss che di qualche Paese dell’Est), provo un senso di angoscia quasi fisica. Perché? Perché si tratta della degenerazione di un’idea bellissima, a cui hanno creduto milioni di donne e uomini in buona fede (forse la parte migliore dell’umanità) e a cui continuo a credere. Non riesco a immaginare un qualsiasi futuro della specie umana che possa prescindere del tutto dagli ideali del socialismo. In questo senso, la storia novecentesca del comunismo al potere è  più tragica di quella del nazismo. Nega infatti le sue stesse premesse. Ma dove si annida la radice della degenerazione? Direi proprio proprio nell’ostinazione “pedagogica” di voler costruire a tutti i costi l’uomo nuovo, deformando letteralmente i corpi e corrompendo le anime. Mentre Norberto Bobbio nel suo bellissimo Elogio della mitezza ci spiega che l’essenza della “mitezza”, virtù per definizione impolitica, consiste nel lasciar essere l’altro ciò che è (il che non ci esime dal compito di ridurre, dove possiamo, l’ingiustizia sociale). Nel libro di Fertilio perfino i tulipani che oggi sorgono su quei luoghi hanno qualcosa di sinistro e fioriscono su una terra concimata dai cadaveri. La sua ricostruzione documentaria è puntuale e insieme avvincente. Ma soprattutto l’estrema asciuttezza del tono mostra per intero una materia incandescente, quasi insostenibile.

di Filippo La Porta

14 maggio 2010

 
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