Sabina Guzzanti racconta la “protezione incivile” e si rivela regista nel senso completo del termine
Draquila, l’Italia che trema va difeso da due equivoci: quello ovvio, espresso dal nostro ineffabile ministro per i Beni culturali, secondo il quale il film di Sabina Guzzanti «offende la verità e il popolo italiano»; quello meno percepibile, in cui potrebbe cadere suo malgrado la critica militante, qualora si sentisse obbligata a esaltarlo, anche se non realmente convinta del suo valore. Entrambi gli equivoci potrebbero nuocergli. Ma la qualità della pellicola, a nostro avviso, va molto oltre la buona causa che sostiene, quella di smascherare i secondi fini perseguiti dall’apparato berlusconiano con la fragorosa campagna pubblicitaria, messa in atto per magnificare i discutibilissimi risultati ottenuti nell’assistere la popolazione aquilana, colpita dal catastrofico terremoto. I reali motivi che rendono Draquila così coinvolgente a nostro parere risiedono nell’impiego intelligente, creativo, che la Guzzanti fa del montaggio. «Il montaggio è la chiave della regia», scrisse a suo tempo Godard, quando collaborava ai Cahiers. E aggiungeva: «Se la regia è uno sguardo, il montaggio è un battito di cuore; ciò che l’una cerca nello spazio, l’altro lo cerca nel tempo». Godard si riferiva ai film di finzione: ma il concetto resta valido anche per un docudramma come Draquila, composto per metà da riprese sul campo, per l’altra da materiale di repertorio, in gran parte tratto da interventi televisivi di Berlusconi, i quali, in ordine diverso da quelli che apparivano nei telegiornali, acquistano un valore assai più pregnante. A farne le spese sono l’immagine di Bertolaso e la sua Protezione civile, che talvolta diviene “protezione incivile”, chiarendo il suo scopo reale: mezzo necessario al potere per ricorrere al trucco dei “grandi eventi” e operare al riparo di ogni controllo, infischiandosi delle leggi vigenti, della stessa Costituzione. Con Draquila Sabina Guzzanti si conferma regista nel senso più completo del termine, qualità che si era già intravista, non tanto nell’occasionale Viva Zapatero!, quanto nel successivo Le ragioni dell’aragosta, operazione ben più complessa, dove il tema di partenza serviva a gettare uno sguardo sconsolato - ma quanto esatto! - sulla deriva politica e morale del nostro Paese. di Callisto Cosulich 14 maggio 2010
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