Gli Après la classe tornano con un lavoro eterogeneo, quanto a linguaggi e contenuti, che già dal titolo dice tutto: Mammalitaliani
È una delle band più particolari e interessanti del panorama nostrano, musicisti allergici a ogni genere di definizione o etichetta, anche positiva. «Per noi è veramente difficile inserirci in uno schema, in una definizione ben precisa di ciò che suoniamo - spiegano - perché non siamo mai riusciti, né abbiamo mai sentito l’esigenza di farlo, a esprimerci in un genere definito, che sia rock o pop o ska o reggae o altro. Una volta forse - proseguono - suonavamo qualcosa che era definibile come patchanka ma questa si basa su tutta una serie di suoni acustici mentre noi invece siamo recentemente approdati a sonorità decisamente più elettroniche, e quindi neanche questa definizione fa al caso nostro». E questo perché loro, gli Après la classe, gruppo salentino nato quattordici anni or sono in quel di Lecce, sono degli artisti di confine, che amano stare in bilico, sulla linea di demarcazione fra due mondi, a cui «piace stare sempre sull’indefinito - rivela Valerio “Combass” Bruno, bassista della formazione - e sperimentare, cambiare repentinamente ritmi, tematiche e generi musicali». Atteggiamento, questo, di estrema curiosità, gioco e voglia di contaminazione che gli Après hanno sempre mantenuto in tutti i loro dischi, dal primo Après la classe, risalente al 2002, all’ultimo, Mammalitaliani, da pochi giorni in commercio. Un lavoro che più eterogeneo non si può, che spazia, nelle ben tredici tracce da cui è composto, in temi che vanno dalla denuncia sociale all’intimità del rapporto di coppia, che va dal reggae allo ska, dal punk al pop fino al rock e allo stile melodico tipico degli anni Sessanta; che dondola tra il serio e il faceto, perfettamente bilanciato tra la cupezza della società odierna e la gioia di vivere e «di sconvolgere i canoni». Insomma un disco, questo Mammalitaliani, quanto mai indefinibile, satirico nel senso originario del termine, e cioè saturo, pieno, ricolmo di generi, suoni, sottogeneri, trame, tematiche ma che riserva comunque un’attenzione particolare alla società, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni. Lo stesso titolo, infatti, Mammalitaliani, «richiama - racconta “Combass” - quel mammaliturchi che si diceva una volta» e dunque è una specie di monito, un modo per dirci che «ci dobbiamo spaventare di come siamo diventati noi italiani», ossia un popolo d’apparenza, televisivo, che «noi - continua “Combass” - abbiamo simbolicamente rappresentato sia nella prima traccia, Mammalitaliani, che in altre come O la borsa o la vita, con la figura dell’italiano medio molto ben vestito, amante della bella vita, interessato solo al suo piccolo, e in fondo egoista, truffaldino, dalla mentalità mafiosa, omertosa e puramente xenofoba». Ma, divagazioni politiche e sociali a parte, la vera novità di quest’ultima fatica della band du salentu è la più stretta collaborazione con un loro vecchio amico: Caparezza, che già in passato aveva collaborato con loro, solo come cantante, mentre invece qui compare anche in veste di produttore. «è stata un’esperienza emozionante e nuova, rispetto alle precedenti, per entrambi - rivela “Combass”, e prosegue - per lui perché Mammalitaliani è il primo cd prodotta dalla sua etichetta, la San Nicola; per noi perché comunque con Caparezza siamo amici da anni, da prima che lui esplodesse con Fuori dal tunnel e prima che noi iniziassimo a fare tour in tutta Italia. Quindi questo disco è la prova che se si riesce a portare avanti per anni un legame così, poi può diventare una collaborazione sincera e produttiva». di M. Flaminia Attanasio 14 maggio 2010
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