L’Ue fa sul serio e vara un maxi piano di salvataggio per i Paesi in difficoltà. Anche la Bce interviene in maniera convincente. Ma qualche rischio rimane
di Luca Inglese La dimensione del portafogli conta al tavolo da poker. Perché l’impossibilità di tenere il ritmo dei rilanci di un giocatore molto ricco può vanificare la propria fortuna e abilità. Sul panno verde dei mercati la regola è la stessa. Per questo, se chi fa l’operatore finanziario riceve una telefonata dalla Banca centrale europea, che ha circa 4.000 miliardi di euro di riserve, con la richiesta di acquistare un titolo greco, come minimo farà un salto sulla sedia. E correrà a coprire tutte le scommesse contro la Grecia. Anzi, di titoli greci ne comprerà un po’ per i nipotini. Non è solo l’effetto “the trend is your friend” (“la tendenza, il flusso, ti è amica”). Il motivo per cui la chiamata delle autorità monetarie ha un effetto importante è dovuto a un’altro principio che regola i mercati: “put your money where your mouth is” (che vuol dire “se ci credi davvero, invece delle chiacchiere, mettici i tuoi soldi”).
Perché i politici, si sa, di cose ne dicono tante. Ma solitamente alle parole non seguono i fatti. Un esempio tragico sono i fondi per la fame nel mondo. A ogni meeting, non ultimo il G8 a L’Aquila, le conclusioni enunciano solenni impegni a versare fantastiliardi. Poi, di solito, non succede nulla. E sei secondi dopo è morto un altro bambino per fame. Questa settimana, però, i fatti ci sono stati (forse perché non c’erano bambini da salvare ma banche). Durante il weekend, i governi europei hanno deciso una serie di misure per arginare la sfiducia nei governi euro più fragili e, di riflesso, nella valuta comune. E poi lunedì ci hanno messo anche i soldi. L’effetto? Tipo big bang. L’entusiasmo dei mercati ha ragion d’essere per una serie di motivi. Il primo è che quei taccagni dei governanti europei, che di solito si scannano per due taniche di latte in eccesso o un parmigiano “reggiano” fatto in Ungheria, si sono impegnati a garantire aiuti per 500 miliardi di euro. Sono tantissimi, soprattutto se a questi si aggiungono i 250 miliardi del Fondo monetario internazionale. La sensazione iniziale è stata: ma allora fanno sul serio.
Ma fanno sul serio davvero? Sì e no. Sì, innanzitutto, perché devono. L’andazzo delle settimane precedenti era davvero preoccupante. Dopo la Grecia stava per saltare il Portogallo (ancora gestibile) e poi la Spagna (difficilmente gestibile) e magari l’Italia (assolutamente ingestibile). Al di là dei vagoni di stupidaggini scritte sulla crisi, a essere in questione non era la sopravvivenza dell’euro ma la pace sociale del continente intero. Questo a causa della politica scelta per uscire dalla crisi del 2008. All’indomani della crisi, infatti, i governi hanno scelto di accollarsi i debiti privati delle banche (quando non le banche stesse). Il salvataggio dell’economia mondiale si basa su un’equazione semplice: i governi danno liquidità gratis alle banche (in larga parte fallite e in piedi solo grazie ai prestiti pubblici) e queste, auspicabilmente, sostengono famiglie e aziende. Il problema della settimana scorsa era che con il debito sovrano greco stava saltando il sistema bancario greco, e con esso l’economia tutta. Non è un caso che quando l’euro perdeva il 2 per cento le banche scendevano del 10. A questo si riferiva Trichet quando parlava di rischio “sistemico”. Gli scontri di Atene, le sue fiamme e i suoi morti, erano solo il trailer di un film che sarebbe andato presto in onda in mezza Europa. Non la recessione: i roghi e i morti.
Quindi sì, fanno sul serio. Intanto al governatore della Bce va dato atto che ha fatto quanto doveva. Il sistema chiedeva liquidità? Lui li ha inondati. Stringendo accordi con le altre banche centrali (Usa, Giappone, Canada, Svizzera) e annunciando una serie di “pronti contro termine” che permetteranno agli istituto di credito europei di finanziarsi per somme illimitate. I dubbi che possono rimanere sono tutti legati all’operatività del fondo d’emergenza. Il meccanismo ideato ha i suoi pro e contro. I governi europei creeranno una società apposita che potrà indebitarsi sul mercato, grazie alle garanzie di tutti i governi europei, e prestare quei soldi agli Stati in difficoltà. Politicamente il principio del “tutti per uno” è efficace quanto lo è finanziariamente. La domanda resta: funzionerà il meccanismo, e a quale costo per il Paese che riceve l’aiuto? Su questo fronte le risposte dovrebbero arrivare a breve. Non è un fatto secondario perché il fondo ha essenzialmente un valore “deterrente”. È una bomba atomica che l’Europa deve sperare di non usare mai. Ed essendo un deterrente deve funzionare benissimo. Se per un attimo solo i mercati pensassero che nei silos c’è una maxi-mortadella invece di un missile implacabile, il gioco salterebbe. Anche perché di soldi veri in cassa ce ne sono ben pochi, 60 miliardi circa. Complessivamente però le decisioni prese indicano la strada di un’integrazione europea economica e politica più convincente. E forse non deve sorprendere che ciò accada in tempi di difficoltà serissime. Le banche tedesche, le più avide accaparratrici di derivati e titoli rischiosi, non sarebbero sopravvissute a una crisi bancaria nell’eurosistema. Grande speranza dà anche il nuovo ruolo dell’istituto di Francoforte che viene ad assomigliare sempre più alla Fed statunitense: interventista e decisa. Il problema “tecnico” sembra quindi avere una possibilità di soluzione. Per quanto riguarda le conseguenze sociali della difficoltà in corso, invece, la partita è tutta da giocare. 14 maggio 2010
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