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Newton Compton invita a tornare a tuffarsi nell’opera del grande scrittore siciliano, scoprendo nessi inediti in oltre tremila pagine
Va bene, posarlo sul comodino, per leggerlo la sera, non è proprio il massimo. Perfino il famigerato e-book, gelido e sinistramente luminoso, potrebbe diventare competitivo. Sto parlando dell’opera omnia (“creativa”) di Pirandello a cura di Sergio Campailla (Newton Compton): 3.591 pagine fitte fitte, quasi due vocabolari fusi insieme. Eppure il progetto editoriale ha una sua precisa ragion d’essere per il fatto che proprio la multiforme opera pirandelliana presenta una circolarità interna, di temi e figure, non sempre evidente (ad esempio, certi personaggi delle novelle li ritroviamo nei romanzi). E così, per il lettore risulta comodo poter passare dalla pagina di un racconto al dialogo di un dramma o alla scena di un romanzo. Inoltre, le singole premesse di Campailla alle opere sono scritte in un linguaggio critico sobrio e rigoroso. Le conclusioni dell’introduzione all’intero volume mi sembrano felici per densità epigrammatica: «Pirandello muovendo dall’arcaicità brucia una dopo l’altra le tappe dell’avanguardia, sino a pervenire a un punto di non ritorno». Già, partendo da un senso greco e meridiano del destino (e dunque della colpa, del caso) lo scrittore di Girgenti (Agrigento) si spinge fino a un esito irreversibile (come il suo Enrico IV, splendidamente riletto da Marco Bellocchio), lasciandosi dietro estetismi e pseudotrasgressioni degli anni ruggenti. In un certo senso, è superiore alle avanguardie perché sceglie di rischiare da solo, senza alcuna rete di protezione, né organizzativa né ideologica (che poi è il rischio vero). Perciò è autore interamente tragico, da mettere idealmente accanto a Michelstaedter, come suggerisce Campailla. Mi soffermo in particolare su due temi. La insularità di Pirandello, ovvero quella sua identità irriducibilmente regionale (postcoloniale?) che, paradossalmente ne fa un autore cosmopolita. Proprio perché radicato nella sua terra, nella sua cultura (greco-islamica) riesce a trasformare quella periferia in una periferia del globo, che in un certo senso oggi appartiene a tutti. Giustamente, il curatore lo accosta a Kafka, Joyce, Pessoa, tutti scrittori universali in quanto legati a una città e a un humus circoscritto. Nel suo primo romanzo, il motore della narrazione è l’ossessione delle corna. Qui la sicilianità equivale all’essere in balia dei propri fantasmi mentali, di un’ansia che si aggrappa pretestuosamente a qualsiasi oggetto, come sapeva Sciascia. Inoltre, come qui leggiamo, I vecchi e i giovani costituiscono una macchina narrativa poderosa, impastata di elementi veristici, quanto più l’autore intende smontare quella macchina. Insomma, ne emerge una sua refrattarietà alla forma-romanzo nel momento in cui strapazza quella stessa forma quasi dissolvendola nel diario di Mattia Pascal, personaggio postumo e uomo di fumo, o nel reality show dell’asceta raziocinante Serafino Gubbio, o nel monologo da un sottosuolo già novecentesco del verboso Vito Moscarda. Pirandello diffida di ogni totalità, più o meno armonica e autoappagata, e affida all’umorismo il compito di destrutturarla. di Filippo La Porta 7 maggio 2010
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