Nelle sale, Gli amori folli, allegro e sperimentale film di Alain Resnais
Cinquantacinque anni fa Alain Resnais iniziava Notte e nebbia, un documentario sui lager, con l’immagine della gramigna che cresceva ai piedi di una torre di guardia. Lo stesso inizio lo ritroviamo ora in Gli amori folli, dove il terreno improprio è un semplice muretto. Dal “Male assoluto” del ventesimo secolo siamo passati alle divertenti pulsioni di due esseri, i quali, per dirla con l’autore stesso, «non sanno resistere alla tentazione di compiere gesti irrazionali e dimostrano una straordinaria vitalità nel gettarsi a capofitto nella più totale confusione». All’origine del film c’è il romanzo L’incident di Christian Gailly, in cui un portafoglio casualmente ritrovato offre lo spunto alla romantica avventura di una coppia più che stagionata, lui pensionato, lei dottoressa e pilota di aerei. Evidente l’identificazione di Resnais nel pensionato, modellato in base a certe sue personali, vecchie esperienze, e a sue emozioni, talvolta anche imbarazzanti, che rivive con divertito distacco. Quale rapporto può esserci tra un documentario sui lager e una commedia incentrata sulle pulsioni romantico-erotiche di due persone alla soglia della terza età? Chiaramente nessuno. D’altra parte, scorrendo la nutrita filmografia di Resnais, troviamo grande varietà di pellicole di vario genere e contenuto: la guerra e lo sterminio in Hiroshima mon amour, la memoria in un universo onirico di L’anno scorso a Mariembad; la memoria di amori interrotti da eventi bellici in Muriel, il tempo di un ritorno. E l’elenco potrebbe continuare fino appunto a Gli amori folli: film diversi l’uno dall’altro su testi o sceneggiature di scrittori di vario stile, carattere, provenienza culturale e ideologia, tutti marcati da un’assoluta originalità, con un itinerario che nel corso degli anni si fa sempre meno drammatico, più leggero, talvolta persino beffardo. Era scontato che i sacerdoti del realismo ortodosso rimproverassero a Resnais la mancanza di un profilo riconoscibile, la tendenza a trattare qualsivoglia genere e tematica. In realtà, però, a Resnais basta essere fedele a se stesso, basta, come lui dice «sapere qual è la porzione di soggettività che si può comunicare a tutti, nella misura in cui noi tutti abbiamo due occhi, dei capelli, un pensiero». di Callisto Cosulich 7 maggio 2010
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