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Simone Felice arriva dagli Stati Uniti. E con i Felice brothers e i Duke & the king ci conduce nella tradizione della musica americana, lì dove Neil Young incontra il soul di Marvin Gaye
Felice brothers e The duke & the king sono i gruppi che lo hanno reso famoso. Suona la batteria ma anche la chitarra. Soprattutto è un songwriter che può arrivare lontano. E Simone Felice arriverà a Firenze in unica data italiana per un concerto acustico il prossimo 12 maggio (Opera et gusto, via della Scala). L’album Nothing gold can stay (Loose/Audioglobe) dei The duke & the king, che lo ha visto protagonista, ha conquistato la critica statunitense e inglese, e racchiude le migliori ispirazioni della musica acustica americana e non solo. È lo stesso Simone a raccontare l’ispirazione di questo lavoro che presenterà in Italia.
Con i Felice brothers, ogni canzone era una storia. È lo stesso anche con The duke & the king? Certo, per me è molto importante raccontare le storie. Questo progetto lo dimostra in modo ancora più evidente, dato che mi sono rivolto a varie situazioni vissute, però, in un unico ambiente che è quello della città di New York. Infatti, anche Robert Burke, mio compagno nel gruppo, viene dalla stessa città e così abbiamo messo in musica ciò che vedevamo nella nostra infanzia e adolescenza. Quindi abbiamo descritto i personaggi che maggiormente ci hanno ispirato e colpito.
Questo è un disco che molto spesso presenta momenti melanconici ma che in fondo contiene una luce di speranza con una canzone di grande dolcezza... L’album contiene situazioni viste con l’occhio di un adolescente, quindi il futuro è visto comunque in chiave positiva, specialmente dopo aver incontrato tante persone che nella vita non ce l’hanno fatta. Il guardare avanti è necessario per superare le situazioni difficili e la strada indicata dalla canzone finale è senza ritorno.
Oltre al folk americano tipico dell’ispirazione dei Felice brothers, in The duke & the king ci sono anche momenti legati al soul. Come mai? Per me il soul è a tutti gli effetti parte integrante della tradizione americana. Così come amo Neil Young o Bob Dylan, non posso non amare Marvin Gaye e Otis Redding. Sono tutti personaggi fondamentali nella musica del mio Paese e quindi sono fonte di ispirazione per il mio intero lavoro musicale. Ma non dimentichiamo, ovviamente, la lezione di Beatles e Rolling stones.
E per quanto riguarda i testi? Oltre ad aver riletto Huckleberry Finn di Mark Twain (da cui abbiamo ripreso il nostro nome), ammiro tanto Dante e la sua Divina commedia. Forse anche per questo sono contento di venire in Italia, proprio nella città di Dante. di Michele Manzotti 7 maggio 2010
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