Dies irae, l’ultimo forte spettacolo del Teatro sotterraneo, in una rassegna dedicata alla nuova scena italiana
Cinque episodi intorno alla fine della specie che il collettivo del Teatro sotterraneo, uno dei gruppi più interessanti della nuova scena italiana, hanno riunito sotto il titolo di Dies irae. Lo spettacolo, andato in scena al Palladium di Roma nel quadro di una rassegna di tre giorni organizzata dalla fondazione Romaeuropa e dedicata a quanto sta nascendo sui palcoscenici, potrebbe essere apprezzato vieppiù assumendo il seguente punto di vista: lo spettatore si immagini di essere egli stesso il pianeta Terra e si concentri sull’idea che sopra il suo corpo si agitino dei minuscoli esseri, milioni di formiche feroci, che gli impediscono di vivere tranquillo, di vegliare e dormire quietamente secondo il ritmo dei giorni, e lo disturbano, lo molestano, lo avvelenano. La pazienza ha un limite, chiunque potendolo fare si desterebbe di colpo, scrollandosi di dosso quegli stupidi e pericolosi insetti neri. In fondo, quanto dicono i giovani di Teatro sotterraneo è che la razza umana è un esperimento cosmico che potrebbe anche essere dichiarato fallito e conseguentemente annullato. Apocalittici ma non palingenetici, i quattro performer - Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri - ben organizzati da un dramaturgo come Daniele Villa in grado di imporre un proprio stile di scrittura scenica, si occupano di quanto succede prima della fine del mondo.
Entrano in scena vestiti di bianco, a metà fra poliziotti della scientifica e tecnici di centrale nucleare, e sulle note della canzone di Leonard Cohen Hallelujah incominciano a spruzzare vernice rossa contro un grande telo bianco e addosso alle loro stesse uniformi, in una specie di mattanza che evoca tutte le guerre e tutti gli orrori quotidiani che gli uomini si infliggono. Non è splatter perché non vi si trova concessione all’orrorifico, piuttosto è simbolo di una condizione sostanzialmente irredimibile e irrimediabile, d’un comportamento atavico che assume di volta in volta forme nuove, come nell’episodio delle interviste radiofoniche: due speaker esortano gli spettatori a mandare degli sms domandandosi cosa sarebbe successo se un determinato evento fosse o non fosse accaduto. Per esempio, se Hitler fosse stato ucciso in culla. E qui si può giocare con il senso della Storia, con la terrificante esilità degli accadimenti umani e la casualità del divenire. Ma il collettivo di Teatro sotterraneo non intende filosofare, anche perché sarebbe a questo punto una contraddizione, una concessione al moto consolatorio: la realtà si compie in un universo immanente, oltre non c’è nulla e se per caso c’è, la sua lontananza lo rende ignorabile. Come nella scena in cui gli attori si fotografano l’un l’altro fin nei più piccoli dettagli, l’uomo può guardare solo se stesso. La sua solitudine è assoluta, su di lui ricade ogni responsabilità. La conseguenza è la libertà, la spaventosa libertà, che da secoli gli esseri umani rifiutano aggrappandosi ai loro dèi, e che apre i suoi interminabili paesaggi di paura: l’altro episodio sulla fine della specie gira intorno a una cassettiera. Ogni cassetto contiene una delle sette meraviglie del mondo antico - dal faro di Alessandria alla piramide di Cheope - e le sette del mondo moderno - il Colosseo, la Muraglia cinese, il Taj Mahal. Si fa un’asta al ribasso a cui gli spettatori sono chiamati ma nessuno compra niente e i cassetti uno a uno vengono svuotati. Le meraviglie sono solo polvere, polvere lasciata cadere sul legno del palcoscenico dalla demenza del Sapiens. L’unica libertà alla quale si può sfuggire è quella dell’autodistruzione. di Marcantonio Lucidi 7 maggio 2010
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