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La rivolta di Atene Stampa E-mail
«C’è il rischio di gravi episodi di violenza». Il sindacalista greco Dimitri Stratoulis racconta il Paese messo in ginocchio da Fmi ed Ue. «Mai viste misure così dure. Chi protesta lo fa perché non ha altra possibilità»
di Annalena Di Giovanni

La reazione dei greci alle misure di austerità è più che naturale. Naturale, e destinata a radicalizzarsi: la gente ha paura. C’è un sentimento di terrore diffuso, per quello che ci aspetta se il governo prosegue sulla scia di quanto imposto da Fondo monetario e Unione europea. Si sono mai viste provvisioni tanto dure come quelle imposte alla Grecia, nella storia europea?». Da Atene, il sindacalista Dimitri Stratoulis racconta a left la Grecia sull’orlo dello sciopero nazionale e pronta a ogni evenienza. Taglio del 30 per cento alle tredicesime dei lavoratori pubblici, taglio del 12 ai sussidi salariali, (misure che ridurrebbero di un’intera mensilità l’anno le paghe dei greci), aumento di alcolici e sigarette, e infine un’impennata al 21 per l’imposta sugli acquisti che rischia poi di essere il colpo finale per i commercianti greci. Il piano d’austerità annunciato il 3 marzo dal ministro dell’economia Papaconstantinou per garantire alla Grecia il prestito combinato di Unione europea e Fondo monetario mondiale, stanziato domenica per un totale di 145 miliardi di euro, risparmia soltanto una categoria: le banche elleniche, assolutamente non toccate dalla stangata del governo.

Eppure, nel debito che adesso l’Europa chiede alla Grecia di pagare, le banche ci sono eccome: sono in quei 28 miliardi di euro stanziati dal passato governo di Karamanlis per riempire le casse degli istituti di credito; sono nelle acrobazie delle corporation alle quali per dieci anni è stato permesso di evadere le tasse sul profitto per un totale di 2,7 miliardi di euro. E ancora, le tasse sulle vendite evase per altri 11 miliardi di euro mentre i mancati pagamenti sui contributi pensionistici raggiungevano i 12 miliardi. Eppure, con la vittoria del partito di centrosinistra Pasok lo scorso autunno, la musica sembrava essere destinata a cambiare. Papaconstantinou era arrivato alla poltrona parlando di risanamento economico tramite un aumento dei salari minimi per incoraggiare l’economia, un abbassamento dell’età pensionabile, l’annullamento dei contratti a tempo determinato. Tutto con soldi che, evidentemente, non c’erano. Ma se, fra debiti e bilanci falsati, l’intera Europa è nei guai, soltanto alla Grecia è toccato l’amaro boccone del downgrading nei rating finanziari e la conseguente trasformazione in carta straccia dei titoli d’azione e il crollo della Borsa.

Quando il governo ha cercato di salvare il salvabile annunciando misure d’emergenza come il taglio delle spese militari piuttosto che della spesa sociale, la scadenza del debito si è puntualmente abbattuta su Atene. Una storia che in Grecia fa paura e fa rabbia, che paralizza il Paese, e che sta portando in strada il lavoratore medio come il piccolo negoziante, bloccando il completamente il Paese, con proteste spettacolari e un livello di scontro senza precedenti. Se a Ovest i media europei parlano con sconcerto di “insurrezione sociale”, i greci invece sembrano molto più semplicemente non temere più le conseguenze o l’entità delle proprie azioni. I movimenti occupano simbolicamente le banche, genitori e insegnanti lanciano ai parlamentari tutto quello che hanno per le mani, e continua la propria impennata la parabola di irrequietezza cominciata coi fatti di Exarchia del dicembre 2008, quando un giovane di 15 anni fu ucciso dalla polizia suscitando durissimi scontri durati per mesi. Per quanto riguarda poi la promessa da parte del nuovo governo di riformare le modalità di intervento della polizia, disarmando gli agenti e rivedendo i corpi antisommossa, verba volant; e le migliaia di uniformi che le foto da Atene e Salonicco mostravano fra i roghi di questi giorni per le strade, intenti ad arrestare chiunque fra nuvole di lacrimogeni, perquisendo a tappeto quartieri “ribelli” e cercando di forzare illegalmente l’ingresso nelle università, lo confermano.

«Uno sciopero
come non se ne sono visti, in Grecia, per almeno cinque anni: ci aspettiamo l’adesione del cento per cento di lavoratori pubblici e privati, inclusi i negozianti di tutto il Paese. Ed è molto probabile che lo sciopero vada avanti a oltranza». Dimitri Stratoulis è membro del network europeo dei sindacati di sinistra, vicedirettore del Centro studi sul lavoro e rappresentante dell’opposizione interna del Gsee, il sindacato generale greco dei lavoratori privati, vicino al Pasok, il partito socialista al governo. Stratulis non è tenero con l’esecutivo ma non si fa illusioni sulle divisioni interne alle diverse forze di opposizione che in questi giorni scuotono un Paese ormai in ginocchio.
«Al momento, non ci sono prospettive di unione. Anche per lo sciopero del 5 maggio, i sindacati generali Adedy e Gsee hanno indetto una marcia mentre il Pame, il fronte dei sindacati legati al Partito comunista, ne hanno indetta un’altra. Nel caso del Gsee, ci accusano di essere dalla parte del governo. È vero in parte; alcuni membri del Gsee sono anche membri del Pasok, il partito al governo. Ma la situazione si sta rapidamente evolvendo, e all’interno del sindacato la sinistra sta guadagnando potere e margine di azione. Quando a febbraio il sindacato generale del settore pubblico, il Adedy, ha cominciato a proclamare gli scioperi, il Gsee ha continuato a non partecipare». Una decisione capovoltasi drammaticamente il 4 marzo, durante gli scontri di Atene; mentre la polizia caricava i manifestanti, incluso l’ottantacinquenne eroe della resistenza antinazista greca Manolis Glezos, sulle scale del Parlamento il segretario del Gsee Panagopoulos si è ritrovato a fronteggiare una pioggia di yogurt e bottiglie d’acqua lanciategli addosso dagli stessi membri del suo sindacato per costringerlo ad appoggiare lo sciopero. Al momento, Panagopoulos resta fermamente schierato a fianco del Pasok e delle misure annunciate da Papaconstantinou. Il sindacalista domenica è stato fra i primi a celebrare l’intervento del Fondo monetario in Grecia; ma intanto il sindacato si muove sempre di più verso l’opposizione, e l’adesione alle proteste da due mesi a questa parte è chiara, senza che per questo i sindacati generali siano riusciti a sanare la frattura con la sinistra radicale e i movimenti studenteschi, come hanno dimostrato gli scontri del primo maggio ad Atene. «La componente di sinistra del Gsee è in totale disaccordo con Unione europea e Fondo monetario internazionale. Quello che chiediamo è una rinegoziazione del debito, non un nuovo prestito. La posizione della sinistra radicale e del Pame è diversa. Ritengono che siamo stati trascinati in questa situazione dall’Europa. Quello che i greci sentono, al momento, è un profondo senso di ingiustizia. Non capiscono perché devono pagare per un debito causato da banche e politici e dicono che l’intervento europeo non mira assolutamente a salvare la Grecia; mira soltanto a salvare l’euro a qualsiasi costo».

C’è poi un problema che, a lungo termine, rischia di danneggiare ulteriormente la Grecia, e che va ben al di là delle misure varate dal Pasok: i prestiti del Fondo monetario non arrivano mai gratis. E come contropartita, l’Fmi ha già avanzato le proprie richieste. Che includono la privatizzazione totale della compagnia telefonica nazionale, e del settore energetico. Si tratterebbe, oltre che della perdita di una risorsa economica per lo Stato, anche del trasferimento al settore privato per migliaia di lavoratori finora tutelati dallo status di dipendenti pubblici, in un Paese in cui il divario salariale fra pubblico e privato è ancora vasto. «Per questo», conclude Stratoulis, «possiamo soltanto sperare che alla fine il governo dia ascolto alle richieste della piazza. Il debito va rinegoziato, il prestito potrebbe essere respinto se invece dell’austerità si proponesse un piano di risanamento a lungo termine, con investimenti pubblici, stanziamenti a favore dell’economia e delle fonti di energia rinnovabile, nella sicurezza sociale per dare nuova linfa al commercio, all’industria e all’agricoltura. I lavoratori al momento sono pronti a tutto, perché non hanno altra scelta. Personalmente spero in una marcia indietro del governo, credo che la rinegoziazione del debito sia ancora possibile. Altrimenti mi aspetto un aumento delle violenze. Quanto accaduto finora in Grecia è soltanto l’inizio». 

7 maggio 2010

 
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